La mano di dio e la perseveranza

Il 2021 è terminato lasciandoci una produzione cinematografica di grande rilievo dopo un periodo difficile per le sale e per tutto l’ambiente in generale. Da Qui rido io ad Ariaferma, passando per Re Granchio e Freaks Out, sono diversi i film che sono riusciti a riportare gli italiani nelle sale. Tra tutti, però, un lungometraggio in particolare è emerso, aggiudicandosi vari premi durante la mostra di Venezia: È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino.

Dopo aver diretto due miniserie prodotte da Sky, The Young Pope e The New Pope, il regista vincitore del Premio Oscar nel 2014 torna sul grande schermo con un film estremamente personale e profondo, che si distacca dall’ultima opera, Loro (2018), centrata sulla figura di Silvio Berlusconi.

Il nuovo progetto di Sorrentino è stato acclamato dalla critica, che ha sottolineato la grande interpretazione di Filippo Scotti, Fabietto Schisa nel film. La pellicola, inoltre, continua il sodalizio tra il regista napoletano e Toni Servillo, iniziata 20 anni fa con L’uomo in più, e ad oggi una delle più longeve del cinema italiano.

Il film è prodotto da The Apartment (Freemantle) e distribuito in collaborazione da Lucky Red e Netflix, che si conferma sempre piú in prima linea per quanto riguarda le grandi produzioni cinematografiche mondiali. Torna Lele Marchitelli per la direzione delle musiche, come fu per La grande bellezza e Loro.

È stata la mano di Dio è un atto di amore, di coraggio nel raccontare la propria sofferenza senza paura del giudizio altrui. Sorrentino mostra le sue fragilità raccontando il quotidiano della sua adolescenza, immersa in una Napoli che ribolle in attesa di Maradona. Il protagonista non riesce a lasciare andare via i genitori e la loro patina di felicità e bellezza quasi forzata, con l’obiettivo di salvaguardare la serenità dei figli. Ma, proprio per questo, destinata a crollare.

La figura del padre caciarone, affettuoso senza diventare morboso, brillante in famiglia e a lavoro, lascia gradualmente spazio a dei fantasmi che Servillo porta egregiamente sullo schermo. Toccherà allora alla madre di Fabio, interpretata da Teresa Saponangelo, decidere fino a dove mettere da parte l’orgoglio per mantenere unita una famiglia candida solo all’apparenza. Attorno, una pletora di parenti egregiamente sceneggiati, personaggi tridimensionali anche se minori, che completano il quadro di una famiglia del sud Italia solo all’apparenza priva di macchia.

Proprio durante un litigio domestico irrompe nella pellicola la figura di Diego Armando Maradona, con una telefonata nel cuore della notte che annuncia il suo arrivo a Napoli. Da quel momento in poi, l’argentino diventa una sorta di divinità, per la città intera e nello specifico per Fabietto, che inizia a frequentare lo stadio con assiduità quasi religiosa.

Sarà proprio una trasferta per seguire gli azzurri a salvare il protagonista dalla tragedia che sconvolge il calore della famiglia, portando via i genitori e lasciando lo stesso Fabietto con un lutto da affrontare nel pieno dell’adolescenza. La parola chiave del film è perseveranza: il protagonista deve lottare per il proprio sogno all’apparenza irraggiungibile, quasi infantile nella sua purezza. Il protagonista vuole diventare un regista pur, per sua stessa ammissione, avendo visto solo tre o quattro film.

Nel finale del film, il sogno di Fabietto è sbattuto sulle onde del golfo di Napoli nel confronto con l’affermato regista Capuano:  «perché non racconti la tua città?»,  «perché vai a Roma? »,  «la tieni na cos a’ ric’? » sono le frasi che pungono velenosamente l’adolescent. Al termine di una scena carica di tensione, lui finalmente sbotta, lasciandosi andare al suo dolore.  «Quando sono morti non me li hanno fatti vedere», è un grido di disperazione che pervade la sala. Il silenzio incombe, Capuano coglie la sofferenza negli occhi del ragazzo, e pronuncia la frase, diventata già cult, con cui sorrentino chiude il ciclo filosofico del film: «non ti disunire».

Fabio ora è grande e deve guardare avanti, partendo per Roma con il necessario nella valigia e le cuffiette sul collo, guardando oltre la realtà che lo circonda alla ricerca di un mondo proprio che gli appartenga.

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