Lavoro e università: il confronto tra atenei pubblici e privati

Al giorno d’oggi, uno dei dilemmi che attanaglia maggiormente i giovani riguarda l’incertezza riguardo al loro futuro, soprattutto dal punto di vista occupazionale. In particolar modo, chi decide di proseguire gli studi è continuamente assalito dal pensiero che anni di sacrifici – anche economici, e spesso sulle spalle dei genitori – siano comunque insufficienti a garantire un impiego professionalmente appagante.
A tal proposito, abbiamo fatto una chiacchierata con Nina Alfano, studentessa neolaureata nel corso magistrale di Relazioni Internazionali presso l’università LUISS di Roma.

Ciao Nina, so che attraverso l’università hai recentemente vissuto una bellissima esperienza di tirocinio presso il G20 tenutosi lo scorso mese. Come è andata, e in cosa consistevano le tue mansioni?

Il G20 prevede una serie di [sedute, ndr] ministeriali nel corso dei mesi che si concludono con un vertice finale nella capitale con tutti i capi di stato. Io ho partecipato alle due ministeriali di Matera e Roma, ed infine all’incontro conclusivo. Mi occupavo principalmente di offrire supporto/assistenza rispettivamente alla delegazione FAO a Matera e quella indiana a Roma. Qui fungevo anche da intermediario con l’ambasciata indiana, la quale mi ha infatti contattata per delle esigenze di cui necessitava. In questo caso però non si trattava di un periodo di tirocinio, ma ero stata assunta e pagata con un regolare contratto di lavoro.

Come sei venuta a conoscenza di questa opportunità?

Sono stata contattata dall’università, la quale ha apprezzato il mio curriculum presente sul career service del sito ufficiale della LUISS. Avevo una media alta, un’ottima padronanza della lingua inglese, con tanto di certificazione, ed ero in regola con gli esami. Inoltre, avevo precedentemente svolto un tirocinio presso la rappresentanza permanente italiana all’Unione Europea tramite bando MAECI, e sicuramente questa esperienza ha giocato a mio favore.

Cosa ne pensi dello stereotipo di chi sceglie un’università privata per avere subito la strada spianata? È appunto solo un luogo comune o qualcosa di vero c’è?

Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. È indiscutibile che istituzioni accademiche come la LUISS o la Bocconi abbiano un’ampia rete di contatti con diversi enti e istituzioni. D’altro canto, è giusto ribadire che nessuno ci regala nulla. I criteri di  selezione sono molto rigidi, e da questo punto di vista, è sbagliato anche il pregiudizio secondo il quale siccome paghiamo migliaia di euro di rate ci regalano voti. Anzi, avendo studiato in triennale in una università pubblica, ho notato una notevole differenza nell’intensità del carico di studio.

Alla luce di quanto detto, come giustifichi l’enorme divario riguardo le rette annuali tra un’università pubblica ed una privata? È solo una questione di contatti?

Come già accennato, questo è un loro punto di forza, ma non solo. La qualità dell’insegnamento è lodevole, molti di loro fanno parte anche di diversi enti che si occupano di tematiche attinenti alla nostra facoltà. In più vengono organizzati diversi webinar per orientare lo studente ad entrare nel mercato del lavoro. Nel career service prima menzionato, tra l’altro, non sono presenti solamente offerte di tirocinio o stage. Un’altra importante funzione è quella di  prenotare appuntamenti con degli esperti che ti aiutano ad aggiornare il tuo curriculum ed il tuo profilo Linkedin per renderli più appetibili nei confronti di una possibile azienda che deve assumerti.

Insomma, l’università dà una buona mano, ma da come mi sembra di capire poi sei tu che devi fare il resto del lavoro, giusto?

Assolutamente. Sarebbe ipocrita non riconoscere l’importanza delle opportunità fornite dalla LUISS, ma allo stesso tempo rappresentano un 20% del pacchetto finale. Per l’80% dipende da te, dalle tue inclinazioni, dalle tue skills (accademiche, linguistiche e informatiche), e la tua capacità di metterti in gioco. Se fossi stata una completa incapace a Matera, non mi avrebbero assunta per il vertice di Roma. Ho fatto invece una bella impressione e mi hanno ricontattato per mettermi sotto contratto, seppur temporaneamente per la sola durata di quell’evento.

Ti sei appena laureata, come pensi di procedere adesso?

Contrariamente a quanto si possa pensare riguardo chi esce da un’università privata, non abbiamo la bacchetta magica che subito ci permette di trovare un’occupazione. Al momento, sto continuamente consultando il career service per verificare se ci sono offerte di tirocini post-laurea, ma allo stesso tempo cerco anche di distanziarmi dalla LUISS. È fondamentale non precludersi nessuna opportunità, e dunque sfruttare tutti i canali possibili, e non solo quelli forniti dalle istituzioni accademiche. Bisogna anche essere abili nel cercare nuove proposte in maniera autonoma, sfruttando conoscenze riguardo enti o istituzioni che rilasciano bandi di concorso che rispecchiano maggiormente i tuoi interessi.

Grazie mille Nina per la tua disponibilità e per questa bella chiacchierata. Il focus dell’intervista era appunto analizzare il rapporto tra università lavoro. In virtù di ciò, ti chiedo per concludere, a livello generale, cosa ne pensi del mondo lavorativo in Italia per i giovani laureati?

Per quello che è il mio trascorso personale, non conosco bene la situazione italiana, dato che i miei tirocini erano più di carattere internazionale. Ad ogni modo, ritengo che l’Italia abbia lentamente iniziato a dar spazio ai giovani, seppur a condizione che abbiamo un supporto economico alle spalle. Offerte di tirocini – sia curriculari che post laurea – vengono continuamente pubblicate, ma purtroppo quasi sempre consistono in opzioni full time non retribuite, o al limite con qualche rimborso spese incluso, in città dal costo della vita proibitivo come Roma o Milano. Di conseguenza, queste strade risultano percorribili solo a chi proviene da una famiglia con un certo reddito. Non bisogna perciò stupirsi che poi i giovani tendano ad andare all’estero. Non lo fanno per mancanza di opportunità, ma principalmente perché quelle stesse opportunità fuori dall’Italia prevedono un salario minimo che permette di raggiungere una dignitosa indipendenza economica.

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