Quattro canzoni per un Presidente

Con immotivata baldanza, il parlamento italiano si avvia ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. Ogni sette anni i palazzi romani si trasformano in enormi aste del fantacalcio. “A zì secondo te Prodi quanti voti pija st’anno?”, “No, non mi fido, è vecchio e poi non piace a l’amico mio”, “Zitto, zitto! Non lo dire se no poi ce lo fregano e se dovemo accollà Casini”.
Arrivano anche i grandi elettori dalle regioni. Personaggioni disinvolti ma con meno fantamilioni degli altri pronti a scommettere su qualche outsider. Andando oltre questa metafora grottesca, ma non totalmente irrealistica, di riffa o di raffa entro un paio di settimane avremo un nuovo Capo dello Stato. Il pre-show ha dato spazio a succulenti manfrine, querelle incomprensibili, ritorni dei morti viventi, sconquassi e una quasi fine del mondo. Per addolcire questo marasma presidenziale ecco a voi quattro canzoni che descrivono con dovizia i principali avvenimenti.

Ancora tu, Lucio Battisti, 1976

Duole, in modo sconsiderato, utilizzare le parole alla crema di Lucio Battisti per parlare di quello lì. Tra la vita e la morte, tra la strada e le sbarre (non le stelle dei Thegiornalisti, ndr) è riemerso il sempiterno caimano di Arcore, addirittura come primo nome al Colle del centrodestra unito. Fosse una battuta sarebbe già di pessimo gusto, nella realtà suona ancora peggio.
Ricordare il mercimonio compiuto da quel tizio durante i suoi anni al potere – e non -, risulterebbe oltremodo pesante. Per abbreviare i tempi si consiglia di cercare su Google queste poche parole in ordine sparso: editto bulgaro, olgettine, Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri, loggia P2, cene eleganti, evasione fiscale, Cesare Previti, Dudù. Con grande spirito di patria, si è smarcato affermando di farsi da parte per il bene del paese, anche se avrebbe avuto i voti. Ma di chi? Forse solo in un caso.
Nell’antica Atene, ogni tanto, un gruppo di cittadini si riuniva per levarsi dai coglioni un qualsivoglia individuo ritenuto un pericolo per la città, tramite un procedimento chiamato ostracismo. Costoro incidevano su un pezzo di vaso o di coccio (ostrakon, ndr) la loro nomination ante litteram. Raggiunta la maggioranza, il malcapitato veniva esiliato per dieci anni e pure veloce. Se andasse ancora di moda la democrazia ateniese, chissà quanti voti prenderebbe quello lì. I negozi di vasi verrebbero presi d’assalto come neanche all’indomani dell’uscita nelle sale di Ghost.

Il tipo, Guè, 2020

“Quando entra quel tipo, tutti dicono: «È il tipo»/ E recitano strofe del tipo a memoria come le preghiere”. Se il divo era Giulio Andreotti, il tipo è Mario Draghi. Il banchiere venuto da chissà dove, si narra padroneggi la taumaturgia come Carlo Magno e trasformi l’acqua in Moët & Chandon.
Qualche buzzuro asserisce che il suo governo stia portando avanti una gestione imbarazzante della pandemia. Lui non risponde alle domande, anzi proprio non le vuole in quei rari casi in cui appare con un vaticinio – o un decreto – come l’oracolo di Delfi. L’uomo che non deve chiedere mai, il “nonnino al servizio delle istituzioni” non ha mai rifiutato il posto di Sergio Mattarella. Che il tipo abbia il dono dell’ubiquità?

Dove sei, Neffa ft. Ghemon, 2013

Dov’è la sinistra. O meglio dov’è quella sottospecie di massa deforme a tinte rosa pastello, sbiadito. Quel colore che i bambini delle elementari non usano mai e si deposita in fondo all’astuccio con le graffette e le proverbiali forbici dalla punta arrotondata. Chi è alla ricerca di un’identità, chi attende di varare un congresso nel momento in cui gli astri saranno allineati, chi – come Conte – quasi riabilita il fu cavaliere, chi è alla ricerca del nome non divisivo come fosse il Sacro Graal, chi come Letta è fiducioso in non si sa cosa e vorrebbe rinchiudere al Colle ancora per sette anni l’ottantenne Mattarella. E poi le donne, le donne, le donne. Neanche un nome concreto. Volere una donna al Quirinale va di moda, come un capo di abbigliamento di tendenza. Basta indossarlo e il maschilismo è perfettamente coperto.

Possibili scenari, Cesare Cremonini, 2017

“Possibili scenari si contendono le nostre vite mentre noi le stiamo lì a guardare”. Cesare, affidiamoci al peyote mentre assistiamo all’ennesimo funambolico giro di valzer di questo farsesco e amaro romanzo presidenziale.

2 pensieri riguardo “Quattro canzoni per un Presidente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: