Back to 505, back to Mattarella

I’m going back to 505. I’m going back to Mattarella. Chissà quale postulato della numerologia ha deciso di far coincidere il quorum per eleggere il Capo dello Stato con il titolo di una delle canzoni emblema dell’Indie Rock. Un brano dalle atmosfere cupe, fenomenologia della pulsione suprema e recondita dell’umano essere. Sostanzialmente una canzone pe scopà.

In una proiezione distopica ci sono Alex Turner e Sergio Mattarella in un umido seminterrato nel quartiere di High Green, intenti a leccare due drum aromatizzati, non prima di aver versato un’ombra di whiskey in un bicchiere di carta, mentre filtra una flebile aurora dalla finestra che inizia ad illuminare le acciaierie di Sheffield.

Spero che questo idillio non venga derubricato come vilipendio alla più alta carica dello Stato da colui che sta per essere rieletto Presidente della Repubblica. Nelle scorse ore un coro unico di forze politiche e organi di stampa ha invocato il bis, che si concretizzerà con un plebiscito di voti che a breve verranno conteggiati. Dovrebbero essere sufficienti, insieme alle parole reverenziali di Mario Draghi, per fare breccia attraverso la ritrosia granitica, più volte confermata, di Mattarella. Aveva deciso di dedicarsi ai nipoti e di ritirarsi a vita privata, ma se il tuo paese chiama, anzi, torna da te, non ci si può esimere. Tra l’altro nel prosieguo di una pandemia che sta prendendo a cazzotti la salute mentale dei giovani, indebolendo la ripresa economica e mietendo ancora più di trecento vittime al giorno.

Forse non è solo una cifra ad accomunare uno dei pezzi più celebrati degli Arctic Monkeys e l’ultimo capitolo del romanzo presidenziale. Il protagonista della canzone è in procinto di partire per tornare a quel numero civico (505, ndr) ove si trova l’abitazione di colei cui una relazione dirompente e tossica lo tiene avvinto. Non importa quanto ci impiegherà (“If it’s a seven hour flight or a forty-five minute drive) ma sta tornando. Affogato dal ricordo intimo e carnale, dimentica il motivo dell’addio (“It seems like once again you’ve had to greet me with goodbye”), smarrisce la razionalità e si illude che la storia possa essere modificata. Addirittura crede che lei possa accoglierlo con un sorriso (“With your hands between your thighs and a smile”). In realtà non è in grado di superare gli accadimenti e di crescere.

Forse un po’ come l’Italia – o meglio la sua classe dirigente –. Sempre sul punto di cambiare (“governo del cambiamento”, “una nuova Europa, un’Italia più forte”, “meritare l’Europa”), di superare i vecchi costumi che la corrodono dal suo interno. Invece sciala opportunità e per non affrontare il problema sceglie sempre il sentiero già tracciato. Come in questo caso.

Sia chiaro, la figura di Mattarella è di altro profilo e assolutamente inappuntabile. Far tornare, ancora una volta, chi già ha tenuto le redini del paese per sette anni, è l’ennesimo sintomo di un paese immaturo incapace di scegliere e di progredire, che attesta ancora una volta la mancanza di leader all’altezza del ruolo. 

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