Checco Zalone e la transfobia nascosta come satira

Checco Zalone è ormai famoso per la sua comicità che mette in scena e parodizza l’uomo italiano medio, di cui tendenzialmente rappresenta tutti i pregiudizi. Quello che ne risulta però non è sempre ciò che si spera, e la sua satira finisce per attaccare più le minoranze che non l’italiano medio, che ne esce ridendo. Questo è quello che è accaduto ieri sera nella seconda serata di Sanremo.

“Una storia LGBTQ” è il titolo di uno degli sketch che ha presentato. In realtà, è un racconto che fa acqua da tutte le parti, e finisce per essere caratterizzato unicamente dalla transfobia.
Infatti ci ritroviamo davanti alla solita rappresentazione di una donna trans brasiliana, “con i peli e il pomo d’adamo” e sex worker, condita con vari riferimenti al fatto che abbia il pene, motivo per cui se ne parla sempre al maschile. E per concludere, si parla di uomini che si scoprono gay perché hanno fatto sesso con questa donna (che è un’affermazione errata).
I motivi per cui questo sketch è transfobico e sembra essere uscito dagli anni ’70 sono molti, primo tra tutti il ripresentare e rinforzare stereotipi sulle persone trans. Ovviamente non sono tuttɜ brasilianɜ, alle donne trans si parla al femminile e il fatto che siano o meno operate non deve essere oggetto di scherno, in quanto fatto privato e anche particolarmente delicato. Lo stereotipo su cui si basa questa messa in scena è più che consolidato, e per molte persone rimane letteralmente l’unica immagine che si ha di una donna trans.
Il risultato è che narrazioni di questo tipo contribuiscono a consolidare l’idea distorta che si ha dell’essere trans, alimentando un sistema di odio e discriminazione che passa attraverso queste semplici battute e che arriva fino alla violenza fisica, passando per il rifiuto familiare e l’impossibilità di trovare lavoro. Ed è proprio quest’ultimo punto che viene rafforzato dallo stereotipo della donna trans sex worker.  lɜ datorɜ di lavoro escludono a priori le donne trans perché infangano la loro immagine, cosa che le costringe spesso al lavoro sessuale per poter sopravvivere, in un circolo che si autosostiene. Per questo è anche necessario che questi stereotipi vengano smontati, e non sostenuti.

Spesso quando si parla di comicità di questo tipo si riduce tutto al fatto che sia offensiva, ma questo termine si carica di tutto il significato appena descritto. Non è solo una questione di offesa personale, si tratta di rientrare, involontariamente, in un sistema di oppressione da cui non si esce se non agendo anche a livello di linguaggio e di comportamenti. È infatti emblematico il fatto che coloro che dovrebbero essere lɜ direttɜ interessatɜ della satira zaloniana, gli italiani medi, in realtà ridono con lui di gusto, senza farsi nessun tipo di domanda. Quello sketch aveva come nucleo centrale il personaggio di una donna trans e di uomo gay perché attratto da una donna trans. Così si ha da un lato la donna trans stereotipica (che addirittura viene chiamata Oreste) e dall’altra una visione completamente distorta e sbagliata dei rapporti. Per chiarezza, una relazione tra un uomo e una donna trans è eterosessuale. Il fatto che sia o meno operata è un fatto personale e riguarda la sfera sessuale, che può essere separata da quella romantica.

Se l’obiettivo voleva essere parodizzare l’italiano medio, è chiaro che il risultato sia stato completamente differente. Basta osservare le reazioni sui social di alcune persone trans come Monica Romano, Francesco Cicconetti o Eloisa “Pics”. Come fa notare quest’ultima, proprio gli stereotipi sui quali si scherza e che sono utilizzati per deridere più che per fare satira, sono le uniche immagini che spesso si hanno di una donna trans, e sono quelle che hanno in mente anche gli aggressori che non riescono a concepire l’esistenza di una donna trans che non sia conforme allo stereotipo che conoscono.

Inoltre, la satira, da definizione, dovrebbe essere un tipo di comicità rivolta allo scherno più dei potenti che non di chi è già marginalizzato. E nello sketch di Checco Zalone non era presente nessun contesto o nessuna riflessione che potesse spostare il focus dal soggetto deriso, ovvero la donna trans brasiliana, a quello che Zalone vorrebbe parodizzare, ovvero l’italiano medio. Nonostante venga presa in causa l’ipocrisia di questi ultimi, la parodia passa sempre attraverso la denigrazione di un corpo trans, privato di qualsiasi dignità e identità, e si conclude con il solito e ormai abbastanza desueto “omofobo perché segretamente gay”.
Alla fine dei conti, sembra che Zalone sia ormai legato ad una comicità che ha fatto il suo tempo, pericolosamente più vicino a Pio e Amedeo che non alla tagliente satira a cui moltɜ sembrano essere abituatɜ.

2 pensieri riguardo “Checco Zalone e la transfobia nascosta come satira

  1. Non esiste nessuna definizione per la quale la satira deve prendere in giro i potenti. Fino a quando esisteranno categorie speciali che non potranno essere prese in giro ci sarà sempre una differenza, esattamente quella che dite di voler COMBATTERE. La satira, per voi, va bene quando vengono presi in giro novax, Trump, Berlusconi o Boris Johnson. Va bene anche se la Gruber imita Giordano, perché no. Forse quella uguaglianza che a parole dite di volere ma che nei fatti non vi interessa così molto verrà raggiunta quando le persone verranno trattate nello stesso modo, quando i giudizi su uno sketch verranno effettuati sulla base di “fa ridere/non fa ridere” e non su “ha preso in giro x/doveva prendere in giro y”. Checco Zalone può far ridere o meno: ma se non piace, in fin dei conti, basta cambiare canale.

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