Comizi d’amore: Pasolini e l’Italia degli anni Sessanta

Nel 1963 Pier Paolo Pasolini decide di girare il Bel Paese in lungo e in largo per raccogliere le opinioni degli italiani sull’amore, sulle loro abitudini sessuali e sul comune concetto di morale. Così nel 1965 esce Comizi d’amore, il film-inchiesta che dà vita ad un nuovo genere cinematografico mirando a raccontare realtà di cui il regista è spettatore attivo, denunciandone contraddizioni e problematiche di svariata natura.

Attraverso un linguaggio semplice e naturale, si entra per la prima volta nella sfera privata degli italiani, arrivando ad intervistare persone di diversa età, provenienza, occupazione ed estrazione sociale. In un periodo storico così significativo, successivo al dopoguerra e antecedente al Sessantotto, l’indagine ritrae un panorama contraddittorio che alterna a mentalità rigide e fortemente ancorate alla sistema patriarcale, mentalità più aperte, libere e visionarie. Questo è il nuovo cinema verità, sostenuto da Alberto Moravia come strumento perfetto per la lotta all’ignoranza e alla paura. 

P: «Senti tu, mi sai dire come nascono i bambini?»;
Bambino: «Dalla pancia! I bambini nascono dalla pancia!».

Il documentario si apre così, nelle strade di Palermo, dove i bambini incuriositi dalla presenza di un microfono e una telecamera fremono dalla voglia di condividere le loro interpretazioni sul mondo. Questa cornice introduttiva mostra la loro inconsapevolezza e genuinità, ancora liberi da moralismi e ipocrisia, ma allo stesso tempo anche l’attrazione verso la vita degli adulti e i racconti popolari.  

Pasolini prosegue il suo viaggio intervistando donne e uomini, contadini e universitari, anziani e giovani. Le domande riguardano l’uguaglianza di genere, la repressione degli istinti sessuali, il divorzio, il tradimento, la prostituzione, il nucleo familiare e l’orientamento sessuale. Qualcuno risponde, altri rimangono a guardare, approvano o dissentono. Le persone intervistate sono visibilmente a disagio e talvolta anche sconcertate dalla disinvoltura di Pasolini.
Tutto ciò che fa riferimento alla sessualità di una persona viene trattato con discrezione, perciò si tende a parlarne il minimo indispensabile. Pasolini individua nell’essere umano una propensione verso il conformismo e l’omologazione sociale, alla ricerca di regole inflessibili che possano controllare la sfera privata da un punto di vista culturale e morale. 

Il grande paradosso che emerge dall’indagine è sicuramente rappresentato dalla considerazione della figura femminile estremamente legata al ruolo donna-moglie-madre. Andando verso nord, i contadini e le donne lavoratrici dei campi sono pressoché tutti concordi nell’affermare che le donne debbano essere più libere ed emancipate. Ragionamenti visionari questi, se paragonati a quelli di Reggio Calabria.
Qui la situazione è chiara: la perdita della verginità prima del matrimonio è motivo di disonore per una donna, mentre l’uomo è totalmente libero di agire secondo i suoi istinti naturali. Seguendo queste affermazioni la donna non riesce ad orientarsi entro quelli che dovrebbero essere i suoi diritti e così si trova a sostenere tristemente i doveri che socialmente le sono imposti.

Una delle considerazioni emerse dall’indagine di Pasolini, è che tutto ciò che è contro la norma, contro il consueto, viene esiliato. Questo succede agli invertiti. Un termine decisamente evocativo di un’idea anormale con cui venivano etichettati gli omosessuali negli anni Sessanta.
A tal proposito, le testimonianze della gente comune non lasciano spazio al dialogo e si palesano con atteggiamenti e parole come indifferenza, schifo, pena, ribrezzo e pietà. E in questo senso il regista invoca la voce di Giuseppe Ungaretti, le cui parole risultano come provocazioni alle orecchie degli italiani nel 1965. «Ogni uomo è fatto in un modo diverso» diceva il poeta ermetico, «nella sua struttura fisica è fatto in un modo diverso. È fatto in un modo diverso anche nella sua combinazione spirituale. Tutti gli uomini sono a loro modo anormali, in contrasto con la natura. E questo sino dal primo momento, con l’atto di civiltà che è un atto di prepotenza umana sulla natura, che è un atto contro natura».

Nessuno dei tema affrontati si sottrae alla critica del nostro secolo. Tutt’altro, pare quasi che ancora oggi determinati aspetti della società siano fermi proprio a quegli anni Sessanta in cui il regista bolognese dava voce alla gente comune.
Seguendo la linea provocatoria dello scandalo pasoliano, è il caso di porsi delle domande. Ad oggi, com’è cambiata la morale nel nostro Paese? Quali sarebbero le deduzioni di Pasolini a seguito di un’indagine antropologica condotta nel 2022? Dopo quasi sessant’anni, le parole di Ungaretti riuslterebbero ancora provocatorie per alcuni?

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