Neuroscienze delle abitudini pt. 1

Come possiamo diventare chi vogliamo essere?

Siamo nell’anno 2022. Anzi, ormai possiamo dire di essere nel ’22 (fa molto novecento, ma è bene che iniziamo a famigliarizzare con questo tipo di datazione). Ci stiamo confrontando con una pandemia, con la crisi economica, con un probabile attacco di Putin che potrebbe scatenare una guerra mondiale e, soprattutto, ci stiamo confrontando con uno dei mali più temibili del nostro tempo: i mental coach su Instagram. Badate bene, chi scrive non ha nulla contro questa categoria (i mental coach seri sanno che il mercato è saturo di individui dalla dubbia credibilità), mi riferisco invece ai vari motivatori da bar che pensano di assolvere, con i metodi più strampalati, uno dei compiti più difficili a cui un individuo può sottoporsi.

Fatta questa premessa, possiamo finalmente arrivare al punto. Questo articolo sarà il primo di una serie che approfondirà un tema molto caro (purtroppo) ai sedicenti mental coach che abbiamo menzionato: quello delle abitudini. In primo luogo, perché è importante approfondire un tema del genere?

Le abitudini ci definiscono. Tutto ciò che ripetiamo continuamente in maniera inconscia e automatica è il fattore fondamentale che definisce la nostra identità. Siamo ciò che pensiamo, ma soprattutto siamo ciò che facciamo: la nostra identità è la somma delle piccole ma persistenti azioni che ripetiamo quotidianamente. In altre parole, noi siamo le nostre abitudini. Dietro a ogni abitudine si nasconde una credenza di fondo, inconscia, che determina la nostra personale visione del mondo. Per questo, cambiamenti repentini di routine non sono mai la scelta migliore. Prima di poter modificare, eliminare o acquisire un’abitudine è necessario un mutamento delle credenze di fondo. Ma come si ottiene un mutamento del genere? 

In primis dobbiamo considerare il funzionamento del nostro cervello. Il cervello è la “centralina” del nostro corpo, possiede delle funzioni ben precise e governa tutto ciò che siamo e che facciamo. Ogni stimolo esterno (input) viene processato attivamente dal nostro cervello (elaborazione) e il risultato è il comportamento di riferimento che mettiamo in atto (output). Possiamo dire che detiene un ruolo fondamentale rispetto agli stimoli e al comportamento. Inoltre, il cervello è costituito da una parte conscia e da una inconscia. Quella inconscia è la sede delle nostre credenze di fondo, che sono determinate da fattori immutabili quali i geni, l’ambiente in cui cresciamo nei primi anni di vita, l’educazione che riceviamo, la cultura in cui siamo immersi e così via, e da fattori modificabili in virtù della plasticità delle strutture cerebrali. Le abitudini dipendono strettamente dalle nostre credenze di fondo. Se volessi smettere di fumare, ma inconsciamente fossi convinto che il fumo non sia poi così nocivo per la mia salute e che l’atto di fumare comporti determinati vantaggi psico-sociali, probabilmente non riuscirei mai a eliminare questa abitudine. In virtù di ciò, com’è possibile modificare le credenze di fondo? Gli psicologi ci insegnano che tutte le concezioni aprioristiche (ovvero che prefigurano le nostre azioni) che ci portiamo dietro, come per esempio gli stereotipi, sono difficili da modificare senza il giusto approccio. Per poter modificare una credenza, serve in primis la volontà di volerlo fare: l’evidenza scientifica ci insegna che le costrizioni esterne, non hanno mai portato ai risultati sperati. Definito ciò, occorre confrontarsi con la credenza che vogliamo mutare seguendo uno schema simile a questo: 

  1. Riflessione attivaReperire informazioni, studiare e analizzare tutto ciò che riguarda la credenza che vogliamo modificare. Se voglio smettere di fumare devo conoscere realmente gli effetti del fumo (no, non basta vedere qualche brutta immagine su un pacchetto).
  2. Confronto. Una volta messa in discussione la credenza, si consiglia di confrontarsi con il comportamento che vogliamo modificare. È qui che entrano in gioco le abitudini e solo in questa fase un fumatore può iniziare a pensare alle strategie più efficaci per eliminare, gradualmente, la propria abitudine. 
  3. Dialogo. Confrontarsi con diversi interlocutori su quanto si è appreso e su ciò che si sta facendo è un ottimo modo per definire la nuova credenza e la nuova identità

Questo schema non è l’unico possibile, ma solo un esempio per comprendere i meccanismi che si celano dietro alle abitudini.

Come potete vedere, le abitudini entrano in gioco nel punto due, poiché solo quando vi è una nuova identità si può realmente agire sul proprio comportamento. Dietro a qualunque metodo di azione c’è sempre un sistema di pensiero. In questo modo, abbiamo un nuovo obiettivo, abbiamo un piano e, soprattutto, abbiamo cambiato chi siamo.

Tutto ciò ci suggerisce che il nostro cervello ha bisogno di una certa coerenza per poter operare al meglio. Questo modus operandi può rientrare in quelli che i neuroscienziati definiscono bias cognitivi ed euristiche (ma approfondiremo la questione nei futuri articoli). In questa sede non ci interessa capire il perché delle cose, piuttosto conoscere il loro funzionamento per arrivare a mettere in pratica strategie ottimali per la modifica, l’eliminazione o l’acquisizione di una nuova abitudine.

Nei prossimi articoli ci concentreremo su cosa succede effettivamente al nostro cervello quando istauriamo un’abitudine e sulle strategie ottimali per raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati.

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