4 marzo 2018: cosa è cambiato dalle ultime elezioni politiche

Era il 4 marzo del 2018 l’ultima volta che i cittadini italiani sono stati chiamati ad esprimere il loro voto per decretare il/i partito/i che avrebbero composto il sessantacinquesimo governo esecutivo della repubblica italiana, il primo della XVIII legislatura. I risultati premiarono il Movimento Cinque Stelle come prima forza politica del paese con il 33% dei voti, percentuale importante ma non sufficiente per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. L’attuale legge elettorale Rosatellum (applicata per la prima volta proprio in occasione delle politiche del 2018) non menziona alcun premio di maggioranza, al contrario del precedente Italicum, introdotto nel 2015 su iniziativa di Matteo Renzi, che assegnava 340 seggi per la lista o coalizione che raggiungesse almeno il 40% dei voti al primo turno.

Ad ogni modo, nonostante il notevole consenso ottenuto, i penta stellati si dovettero “accontentare” di formare un governo di coalizione con la Lega di Matteo Salvini, secondo partito più votato in Italia con il 17% delle preferenze sul territorio nazionale.

Il ruolo di Presidente del Consiglio fu affidato dal presidente Mattarella a Giuseppe Conte, noto avvocato e docente universitario di diritto privato, nonchè secondo premier a non ricoprire alcun impegno politico prima della sua nomina, dopo Carlo Azeglio Ciampi nel 1993.
Il leader dei Cinque Stelle Luigi di Maio fu nominato Ministro del Lavoro mentre a Salvini fu assegnato il ruolo di Ministro degli Interni. Ci vollero 89 giorni affinchè i risultati del 4 marzo si concretizzassero in un nuovo governo esecutivo, il periodo di stallo istituzionale più lungo nella storia della Repubblica.

Il governo Conte I

Sin da subito analisti politici ed esperti avevano guardato con grande diffidenza questa compagine governativa, in virtù di una evidente incompatibilità operativa tra i due partiti.
Diversi furono infatti gli screzi tra Di Maio e Salvini, al punto che quest’ultimo presentò una mozione di sfiducia nei confronti di Giuseppe Conte l’8 agosto 2019, circa un anno e mezzo dopo la nascita del governo gialloverde. La reazione del premier foggiano (che decise in seguito di dimettersi) non si fece attendere molto, e durante un discorso tenuto in Parlamento il 20 agosto successivo accusò Matteo Salvini di aver aperto una crisi politica per puri interessi personali e di partito.

Diverse indiscrezioni infatti lasciavano presagire che la scelta del leader leghista fosse dipesa dal crescente consenso che la Lega stava ottenendo, come confermato dai vari sondaggi. Di conseguenza, qualora la mozione fosse stata approvata, ci sarebbero state buone possibilità, con le nuove elezioni, di vedere un governo monoleghista, o al massimo in coalizione con il resto del centrodestra. Dopo il duro intervento del Presidente del Consiglio, Salvini ritirò la mozione, mossa che però non permise di tenere in vita l’esecutivo gialloverde, ormai arrivato al capolinea.

 



Ciò che l’ex europarlamentare milanese non aveva previsto era la formazione di una nuova coalizione che portò ad un’altra maggioranza parlamentare formata dai Cinque Stelle e dal PD del sopracitato Matteo Renzi. Questo di fatto impedì un ritorno alle urne.
La nuova alleanza non lasciò sorpresi solamente i deputati leghisti, visto che entrambi i partiti erano dichiaratamente ostili nei confronti di un’eventuale loro coalizione futura.
Molte furono le critiche nei confronti delle due forze politiche, accusate di contraddire i propri ideali e di coltivare l’incoerenza, pur di “restare attaccati alla poltrona”.

 

Il nuovo governo PD-5Stelle


A pochi mesi dalla nascita del nuovo governo giallorosso, che vedeva Giuseppe Conte nuovamente presidente del Consiglio, il paese è stato investito dalla pandemia globale. Le scelte adottate dal Premier durante la gestione dell’emergenza sanitaria non gli hanno risparmiato contestazioni, in particolar modo da parte della coalizione del centrodestra (Meloni e Salvini in primis).
Eppure, contrariamente a qualsiasi pronostico, fu Matteo Renzi (che nel frattempo aveva fondato il suo nuovo partito “Italia Viva”, staccandosi dal PD) ad aprire una nuova crisi istituzionale annunciando le dimissioni delle ministre Bellanova e Bonetti, e del sottosegretario Scalfarotto, per poi incomprensibilmente decidere di astenersi durante il voto di fiducia al governo Conte II.

Nonostante il premier foggiano avesse ricevuto le preferenze necessarie per continuare a governare, si trattava di una maggioranza fortemente risicata, dovuta anche ai pareri favorevoli dei senatori a vita, che però non partecipano alle normali sedute parlamentari.
La governabilità di questo esecutivo era quindi notevolmente limitata, e di conseguenza, venne istituito un nuovo governo tecnico affidato alla guida di Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea.

Tale decisione scatenò nuovamente i malumori di Matteo Salvini nonché di Giorgia Meloni, entrambi convinti che due esecutivi di fila non votati dai cittadini non fossero ammissibili, mettendone in discussione anche la costituzionalità.

Si tratta del solito dilemma che si presenta ogni qualvolta ci si trova davanti ad una crisi di governo: rispettare il principio democratico della volontà suprema del popolo o salvaguardare la stabilità politica del paese. Tuttavia, l’emergenza sanitaria ancora in corso richiedeva soluzioni rapide e non si poteva lasciare il paese privo di una leadership politica in una situazione delicata come questa. Un governo tecnico rappresentava dunque l’unica opzione per evitare i lunghi tempi burocratici necessari per l’organizzazione delle elezioni e la susseguente formazione di un nuovo esecutivo.

Il punto però è che resta l’enorme problema di base che da sempre caratterizza la politica italiana: la grande instabilità dei suoi governi, rendendo di fatto il Paese tra i primi in Europa per numero di esecutivi che si sono susseguiti nel corso della sua storia repubblicana.

Ad oggi fortunatamente lo scenario sanitario è nettamente migliorato: le vaccinazioni sono state di grande aiuto e hanno permesso il graduale allentamento di tutte le restrizioni che erano state imposte per contenere la pandemia. Di conseguenza, con una lenta ma costante ripresa del Paese è lecito aspettarsi nel 2023 delle nuove elezioni politiche, a cinque anni di distanza dalle ultime.

sondaggi continuano a mostrare un forte consenso nei confronti del centrodestra, soprattutto verso Fratelli d’Italia, con la Lega che dopo mesi di calo è tornata a crescere, così come il partito Democratico.

 Sembra allontanarsi invece lo scenario di un governo giallorosso bis, date le frizioni emerse già durante le votazioni per il presidente della Repubblica, le quali hanno poi riconfermato Sergio Mattarella come Capo dello Stato.

La posizione di Draghi resta invece molto ambigua considerando che la sua smentita riguardo la sua presenza alle prossime elezioni non preclude la sua partecipazione alle sedute di Palazzo Chigi. L’attuale premier gode infatti di un certo livello di consenso, ed inoltre ci sono diverse forze politiche cui farebbe comodo appoggiare la sua ricandidatura come Presidente del Consiglio; senza dimenticare le possibili conseguenze di un’eventuale dimissione anticipata del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Come si è arrivati al Mattarella-bis? Analisi di un fallimento politico all’italiana

 

Le previsioni ad un anno di distanza dalle prossime elezioni lasciano un po’ il tempo che trovano, ma, vista lo stato di salute della politica italiana, non possiamo escludere colpi di scena.

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