Poesia e guerra: 4 letture per riflettere

Promemoria

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno, né di notte,
né per mare, né per terra:
per esempio, la guerra.

Tanto semplici quanto potenti sono le parole che il giornalista e scrittore Gianni Rodari utilizza nella sua poesia Promemoria: il titolo stesso rimanda all’idea di riflettere, tenere a mente, è un invito alla non violenza e alla solidarietà. Con parole semplici e scandite in rima, Rodari si rivolge ad adulti e bambini attraverso una lista di cose da fare e da non fare per raggiungere la pace in maniera più concreta e tangibile. Un messaggio molto forte che risulta oggi tristemente attuale e che mira a promuovere speranza, perchè ogni bambino possa crescere in un luogo sicuro, privo di bombe, carri armati, violenza e distruzione.

Alice Zaccardi

La guerra che verrà

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

In questa commovente poesia, Bertolt Brecht condanna la guerra in quanto solo portatrice di morte, distruzione e dolore; non c’è alcun lato positivo in essa. Non c’è nessun vincitore. A patire di più il conflitto è il popolo, composto da tutte quelle persone costrette a lottare per cause che non gli appartengono e che non comprendono. La guerra purtroppo si ripete da sempre nel corso della storia, ogni qual volta le nazioni ricorrono alle armi senza riuscire pacificamente a trovare punti di accordo. Per il poeta la guerra è assurdità perché mortifica l’uomo e la sua vita per arricchire militari e industrie. Perché quando una guerra finisce, i danni non riguardano soltanto gli edifici, ma è tutta la popolazione a pagarne le spese, non solo economiche.

Martina Ciarallo

Gli stessi…

Da quale vicolo dell’oscurità umana
siete usciti fuori?
Il canto del crimine,
lo conoscevamo…
anche se lo cantavate sottovoce.
Ma…
Come poteste uscire di giorno,
e cantare il canto del buio?
Da sotto il martello dell’ipocrisia,
si vedono le vostre mani bianche di marmo,
che gocciolano sangue.
Si vedono i vostri denti neri,
nascosti dietro un sorriso promettente,
mentre masticano a sangue freddo
pezzi di anime non digeriti.
Ieri vi ho visti rubare il sole
ad un bambino.

Sebbene il contesto della poesia di Viola Shkëmbi non sia nettamente definito da riferimenti concreti alla guerra, leggendo i versi è inevitabile che essi ci portino a pensare ad un conflitto armato e alle sue conseguenze. Il primo interrogativo ha un tono accusatorio, poiché chi commette crimini contro l’umanità sembra esser venuto fuori da un luogo in cui non esiste altro se non oscurità, fisica e spirituale; questa osservazione genera indignazione. Senza farsi ascoltare, i despoti tramano contro la pace, dissimulando con un sorriso sporco le intenzioni nascoste dietro «il canto del crimine», che distrae dal rumore del martello, lo strumento d’offesa alla libertà e che uccide i popoli. L’azione disumana di chi ricorre alla repressione per stabilire una propria egemonia, «mastica a sangue freddo» le vittime di questa violenza inaudita, facendo a pezzi la loro anima. Il fardello della guerra grava anche sui bambini, che vengono privati del sole del sole dell’infanzia, succubi dell’oscurità bellica.

Lorella Farruku

 La storia

I

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra

carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.

Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

II

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

Eugenio Montale evidenzia in questo componimento tutto ciò che «la storia non è»: l’anafora funge ad espletare quanto le concezioni comuni ad essa riferibili siano ironicamente fuorvianti. La Storia non è «magistra / di niente che ci riguardi», al contrario di quanto ci insegnano gli antichi. L’uomo sembra non saper imparare da essa. Il discorso procede per lo più per negazioni: allo stesso modo, si svuota anche la parola, che si fa semplice, essenziale, impoetica. Paradossalmente, alla storia viene negato quel divenire e quella stretta connessione con la temporalità che la definiscono: «non contiene il prima e il dopo», spostandosi di binario «la sua direzione non è nell’orario». L’«anello che non tiene» de I limoni (Ossi di seppia, 1925) sembra qui riecheggiare nel v. 5: la catena non è ininterrotta, «In ogni caso / molti anelli non tengono»; non può essere linearmente ripercorsa in avanti e indietro, la Storia «non procede / né recede»; si sa solo cosa non è. Piuttosto che devastare, la Storia crea insenature, crepe, «sottopassaggi». Dunque, a cosa serve? Non è intellegibile in essa nessuna logica «intrinseca», il prima non giustifica il dopo, e viceversa; non può essere «prodotta / da chi la pensa» (il poeta nega effettivamente la validità della filosofia idealista e dello storicismo dialettico); la Storia non ha nulla da insegnare a chi ne osserva le radici e i precedenti. Siamo «nel sacco».

Con sarcasmo e disincantato realismo, e con l’uso di parole scarnificate, prosastiche (questa la particolare mutazione stilistica nel passaggio dalle prime raccolte a Satura), Montale mostra che poco o nulla di preciso si possa dire o sentenziare sulla Storia. Il navigato tema dell’inconoscibilità dell’esistenza torna anche in questo componimento, in veste di antistoricismo: forse la salvezza è proprio «l’anello che non tiene» come ne I limoni, la possibilità di mutamento nell’orizzonte storico, che nulla ha di deterministico, ma il percorso va ridisegnato man mano, a piccoli passi, non può esser lasciato nelle mani di un presunto insegnamento che non c’è.

Rebecca Febbo

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