Pogacar e la malattia di essere romantici

“Un uomo solo al comando”. Avrebbe esclamato la radio scandendo le gesta non di Bartali, bensì di Tadej Pogacar, lungo gli ultimi cinquanta kilometri della Strade Bianche. E tutti lì attaccati all’altoparlante mentre il collegamento va e viene, le valvole grattano e la suspense si accresce fino all’annuncio del trionfo a braccia alzate mentre una corona di fiori avvolge il vincitore. La nostra malattia è quella di essere romantici e Tadej Pogacar è il sintomo di questa patologia.

E così vola a cinquanta kilometri dall’arrivo sul prezioso sterrato di Monte Sante Marie, alle porte di Siena. Si fida solo di sé stesso, non ha bisogno di compagni di fuga per frantumare il gruppo. Bastano le sue pedalate agili e sgraziate. Se non fosse lui, si starebbe parlando di un Icaro, che tenta il folle volo, pecca di hybris, le sue ali di cera si dissolvono e cade miseramente al suolo. Invece no. Arriva talmente in alto che fa a gara di sputi con gli angeli, si scrolla tutti di dosso mentre il vuoto si staglia al suo seguito. Non esagera, gestisce lo sforzo, tanto che sul muro di Santa Canterina fa in tempo a battere il cinque ad un fan a testimoniare la sua lucidità.

A ventitre anni, Tadej Pogacar ha abituato il pubblico del ciclismo a imprese del genere. All’ultimo Giro di Lombardia è scattato ai trenta dall’arrivo su Passo di Ganda, approfittando dell’allungo di Vincenzo Nibali. Neanche la discesa spericolata di Fausto Masnada – con conseguente aggancio al leader – è riuscita a modificare il destino, che, ogniqualvolta il corridore sloveno si alza sui pedali, sembra essere ineluttabile. Infatti, ha vinto in volata, come accaduto nel finale della Liegi – Bastogne – Liegi, la sua prima classica monumento, superando di mezza ruota sua maestà il due volte campione del mondo Julian “Lulù” Alaphilippe.

In ben due occasioni è arrivato a Parigi in maglia gialla, trionfando in due Tour de France in maniere diametralmente opposte. Il primo nel 2020, vincendo l’ultima cronometro e recuperando due minuti al primo in classifica generale: il connazionale Primoz Roglic, piombato in un violento psicodramma, a pochi centimetri alla vittoria più dolce e sofferta. Il secondo nel 2021. Semplicemente senza storia, è stato una specie di esercizio di stile, la sublimata manifestazione di dominanza e inoppugnabilità.

Ciò che sembra renderlo inattaccabile e l’abilità di variare ogni volta il suo modo di vincere. Volata ristretta, attacco ai meno cinquanta, rasoiata sull’ultima salita o cronometro. Una rosa quasi infinita di soluzioni e di strategie, sorretta da un fisico ed una capacità di recupero fuori dall’umano. Inoltre, è professionista dalla stagione 2019 e nessuno lo ha mai visto in crisi. Qualche secondo perso, una corsa sottotono, un piccolo ritardo di condizione sì, ma mai quella brutta giornata che condanna il corridore ad una via crucis infernale con il rischio di diventare un tutt’uno con la fatica.

E poi quel rapporto lungo, tipo “padellone”, che ricorda quegli immortali operai della sella, che con energia granitica spingevano il mezzo come su un’autostrada verso il cielo. Quelli come Coppi e Bartali.

Tadej Pogacar è una poesia di Leopardi, “La libertà che guida il popolo di Delacroix”, la “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner. Tadej Pogacar è l’ultimo dei romantici.

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