L’arte performativa: Marina Abramović

Marina Abramović, nata in Serbia, è un’artista performativa da più di quarant’anni. Le sue esibizioni richiedono la partecipazione diretta del pubblico e talvolta mettono a rischio la sua salute e persino la sua vita. Non è raro che ingerisca sostanze durante le esibizioni o chieda al pubblico di tagliarla con i coltelli. Le sue performances viscerali ed estreme mettono alla prova i limiti del corpo e della mente, comunicando con il pubblico di tutto il mondo a livello personale, sociale e politico. 

Nel 1965 Abramović iniziò a studiare pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Belgrado. Dopo la laurea, proseguì gli studi universitari presso l’Accademia di Belle Arti di Zagabria dove iniziò a sviluppare i suoi primi lavori artistici.  

Inizialmente, le performances di Abramović apparivano tradizionali attraverso il solo coinvolgimento di suoni e immagini. Tuttavia, l’artista decise di ricorrere presto al proprio corpo come forma d’arte visiva, come tela bianca da utilizzare per i suoi lavori

Nel 1974 la sua arte arrivò in Italia per la prima volta per presentare la sua performance Rhythm 4, esposta a Milano nella Galleria Diagramma. In questo lavoro, Abramović sperimentò la resistenza fisica del proprio corpo inginocchiandosi sola e nuda in una stanza davanti a un ventilatore industriale ad alta potenza con lo scopo di incamerare più aria possibile nei polmoni, fino a perdere i sensi. Prima dell’inizio della performance, il cameraman venne incaricato di ingrandire da vicino il suo viso della performer senza mostrare il ventilatore (come si vede nell’immagine n°2), in modo che il pubblico non potesse comprendere suo stato di incoscienza e fosse meno propenso a intervenire per suo conto. Abramović cura tuttora ogni sua esibizione nel dettaglio, in modo che la sua resa fisica non possa mai interferire con il completamento della performance.  

Questa nuova arte fuori dagli schemi rese Marina Abramović un’importante esponente dell’arte contemporanea, momento consolidato dall’incontro con Uwe Laysiepen, conosciuto professionalmente come Ulay, con il quale instaurò un forte legame privato e artistico a partire dal 1976. È quasi impossibile scindere questi due artisti, pionieri della performance art e sempre sensibili alla realtà sociopolitica, hanno saputo condensare come pochi altri nelle loro esibizioni alcune delle tematiche più scottanti della fine del XX secolo: le implicazioni della vita di coppia, l’identità di genere, la consapevolezza della corporeità, la gestione mentale del dolore, l’esposizione al pericolo, i rapporti con l’ambiente e il multiculturalismo. 

Nella performance Breathing In/Breathing Out (1977), i due artisti si concentrarono sul potenziale dell’intimità, avvinti in un bacio senza fine, intenti a respirare l’aria espirata dal partner fino a svenire dopo diciassette minuti a causa dell’accumulo di anidride carbonica. Altre volte, la loro arte mostrava il lato più difficile delle relazioni, come nella performance Light/Dark (1977), durante la quale si alternavano a schiaffi in faccia.  

Le loro esibizioni condivise e la loro relazione continuarono fino al 1988, quando decisero di separarsi con un’ultima esibizione, The Lovers. Dopo otto anni di tentativi la coppia riuscì a ottenere l’approvazione delle autorità cinesi e poté così portare a termine una delle performance più originali del loro repertorio, un lungo cammino dalle estremità opposte della Grande Muraglia Cinese durato 90 giorni, per incontrarsi a metà strada e dirsi definitivamente addio.  

Da quegli anni in poi si dedicò ad un’arte autobiografica, passando dall’indagine del suo corpo alla manifestazione di elementi naturali ispirati alla cultura di popoli indigeni.

Marina Abramović ricopre una posizione di fondamentale importanza nella storia dell’arte contemporanea. L’artista ha sempre creduto nel potenziale sociale dell’arte, indagando sull’autonomia dell’essere umano e sul rapporto fra performer e pubblico. La sua poetica, sensibile allo studio antropologico del comportamento umano si esprime attraverso un’arte performativa, fatta di esperienze sensoriali e psicologiche profonde e toccanti che arrivano dritte al cuore del suo pubblico.  

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