Si scrive aprile, si legge Daniele Silvestri

In principio furono Simon & Garfunkel con April Come She Will, piccola gemma inclusa in quella pietra miliare che è Sounds of Silence, uno dei migliori dieci album della storia della musica. Quel brano utilizza lo scorrere delle stagioni per definire i cambi di umore di quella ragazza conosciuta da Paul Simon in Inghilterra. Sarà che si scopa di più, la primavera rende le passioni vibranti e ispiratrici; il risveglio dei sensi corrisposto a quel recondito istinto animale.

Questo periodo dell’anno suggerisce, anche agli artisti nostrani, di creare nuove composizioni. Tramite il suo profilo Instagram, Salmo ha annunciato l’improvvisa pubblicazione di un nuovo album a soli sei mesi dall’uscita di Flop. Sarà vero? Sarà falso? Forse è solo una mossa di marketing per far parlare di sé in vista del rilascio a maggio della sua serie TV Blocco 181 prodotta da Sky.

Se esiste in Italia un contemporaneo menestrello, cantore della primavera e nello specifico del mese di aprile, beh, quello è Daniele Silvestri.

L’autostrada (Unò, Dué, 2002)

«Fu lì che la vidi a braccetto col prete
era il 5 di aprile
e tirava una brezza che dava un colore alla quiete
e profumo di pane alle olive»

Una chitarra che pare essere plasmata dalla mano di Santana, il violino di Mauro Pagani e il basso di Faso sono la cornice nella quale fluisce lo storytelling, caldo e sussurrato del cantautore romano. Il 5 di aprile segna la data dell’incontro intimo e sensoriale fra il narratore e una donna, immerso in un luogo dove il tempo non scorre più e dove l’amore ha l’odore di pane alle olive, che diventa sempre più intenso quando un sorriso si disegna sul volto di lei. L’incrocio, la casa, la chiesa, la croce sono gli unici riferimenti, l’autostrada è un miraggio, l’astratta possibilità di fuggire da uno scenario senza colore.

Il brano è un’esplosione di sensi, riconcilia l’anima con le sensazioni, soffermandosi su immagini dense e che paiono, solo a un occhio stanco e superficiale, banali.

La mia routine (Acrobati, 2016)

«E mi piacciono le cose nuove
ma soltanto tra le undici e le dodici di mercoledì
meglio se alla fine di Aprile
quando fuori c’è già il primo sole»

La libertà contemporanea, talvolta, mette davanti a molteplici scelte, troppe da discernere, con il rischio di causare una paralisi. La routine di Silvestri rassomiglia l’alienazione dell’operaio tipica del fordismo in cui tutti gli elementi al suo interno ripetono sine die poche azioni. Nel brano, invece, è una scelta consapevole. La comfort-zone è sì ripetitiva, ma prevedibile e priva di qualsiasi tipo di imprevisto che ammanta il protagonista della canzone in uno schema protetto, illudendolo di poterne uscire semplicemente esprimendone il desiderio. Aprile è l’unica flebile fessura di novità in cui è possibile accogliere delle novità, quando fuori c’è già il primo sole, che non picchia forte.

Occhi da orientale (Occhi da orientale – il meglio di Daniele Silvestri, 2000)

«Occhi da orientale che raccontano emozioni
Sguardo limpido di aprile, di dolcissime illusioni
Tutto scritto su di un viso che non riesce ad imparare
Come chiudere fra i denti almeno il suo dolore»

L’esegesi di un istante celestiale mista alla paura di poterlo interrompere con un solo impercettibile movimento. Forse fra le migliori canzoni d’amore degli ultimi venti anni, Occhi da Orientale è un compendio di emozioni e sensazioni prodotte da un breve momento – il tempo prima del risveglio della donna di cui è innamorato – che si dipanano lungo tutto il brano.
L’abilità funambolica di Silvestri riesce a fissare in idillio le sfumature di un’atmosfera comune e ripetitiva («Più di cinquecento notti già mi sono innamorato») ma così intima e personale. Gli «occhi di ambra lucida tra palpebre di viole» sono lo specchio della donna durante il sonno che la rendono indifesa ma così potente da atterrire chi le sta intorno. Solo invocando il buio e la musica è possibile cancellare l’universo, riuscendo a guardarla senza perdersi. Aprile è l’immagine, foriera di illusioni, più vicina a quell’istante che solo la sensibilità di chi è immerso nella passione, riesce ad intercettare.

 

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