Il periodo nero della comunità LGBTQIA+ ungherese

La brutta notizia è che Viktor Orban ieri ha  vinto le elezioni politiche nazionali riconfermandosi per il suo quarto mandato consecutivo. Si prospettano anni bui per la comunità LGBTQIA+ del paese che dal 2010, anno in cui è salito al potere, ha subito diverse sconfitte e passi indietro in termini di libertà. La bella notizia è che il referendum sulla legge che vieta la “promozione dell’omosessualità” ai minori, non ha ottenuto il quorum ed è quindi risultando nullo , come era negli auspici delle associazioni per i diritti umani che avevano fatto campagna in questo senso.

Facciamo qualche passo indietro per avere una visione completa. Corre il giorno 15 giugno 2021 e il parlamento ungherese approva una legge che vieta di mostrare ai minori qualsiasi contenuto, che ritragga o promuova l’omosessualità o la transessualità.

Un tema, quello della formazione dei minori, di estrema attualità. Leggi cosa sta accadendo in Florida a riguardo:

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In questo caso ci troviamo, in Europa, e da questa parte del mondo, la Commissione Europea si è fatta portavoce delle minoranze. Tanto è questo ruolo che a distanza di pochi giorni dall’approvazione della legge anti-LGBTQIA+ da parte dell’assemblea nazionale ungherese, la Commissione Europea ha provato a far desistere il governo nazionale dall’andare avanti. La Vicepresidentessa della Commissione Vera Jourová fatto ricapitare al presidente Orban una lettera in cui si sottolinea l’opposizione ad una legge che limita e viola la libertà di espressione. Nella stessa occasione dichiarò «Ci aspettiamo una risposta dal governo ungherese sulla legge che vieta la rappresentazione dell’omosessualità ai minori, preferibilmente l’annuncio che la legge non entrerà in vigore, ma se la risposta non sarà soddisfacente non esiteremo ad andare avanti nel processo», in riferimento al processo di sospensione dell’erogazione dei fondi comunitari all’Ungheria.

Il governo magiaro, incurante della minaccia, e certo che la legge non rientri nelle fattispecie per far scattare il meccanismo di violazione dello stato di diritto nell’Unione Europea, rispose a tono, accusando la Commissione di intrusione nelle scelte educative dei genitori ungheresi.

Un tira e molla quotidiano che ha avuto una svolta a distanza di un mese dall’approvazione, il 15 luglio 2021 , data in cui la Commissione ha avviato una procedura di infrazione contro l’Ungheria per violazione sull’uguaglianza e la tutela dei diritti fondamentali , in particolare delle persone della comunità LGBTQIA+. La procedura di infrazione ha fatto scattare un provvedimento sanzionatorio da parte della Corte di Giustizia Europea che ha bloccato l’accesso al Recovery plan per l’Ungheria. Come ci si aspettava Orban non è rimasto a guardare ed ha provveduto a fare ricorso, senza successo.

Il 19 febbraio 2022 è stata pubblicata la sentenza con cui la Corte di Giustizia europea ha respinto il ricorso, avanzato dal governo nazionale. Ha vinto il principio di condizionalità dello stato di diritto per l’erogazione dei fondi previsti per il rilancio post pandemico dell’UE. In parole semplici, o rispetti i diritti fondamentali individuati dai trattati europei o la Commissione non ti lascia accedere ai finanziamenti. Un duro colpo per l’Ungheria che vale 7,2 miliardi.

 

Un cambio di passo per la Commissione che, in questa occasione, non è restata a guardare i soprusi avanzati all’interno dei confini europei ed ha agito in difesa della comunità LGBTQIA+ con il miglior strumento a disposizione, il ricatto economico.

Al momento il peggio sembra sventato ma da una “democrazia illiberale”, come la definisce il rieletto Orban, non ci si può aspettare che il clima cambia radicalmente. Áron Demetrer, attivista di Amnesty Ungheria, racconta che «nei giorni scorsi, una coppia di lesbiche è stata aggredita a Budapest … a Pécs, città al confine meridionale, la scorsa estate una coppia gay è stata quasi uccisa in strada perché si teneva per mano. E potrebbe andare peggio: la legge su cui si vota oggi è simile a quella approvata in Russia nel 2012: da allora il tasso di suicidi nella comunità LGBTQIA+ è aumentato».

Parole da brividi se pensa all’esito delle elezioni politiche, ma la Commissione Europea ha dimostrato di essere pronta a una qualsiasi strada europea possibile che garantiti per far sì che siano in Europa.

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