Calvino e Pasolini in un’intervista immaginaria

Voi siete vissuti nel secondo dopoguerra, in un periodo in cui la letteratura, oltre a subire delle profonde trasformazioni, si è ritrovata a fare i conti con se stessa e con i rapidi cambiamenti della società. Che posizioni avete assunto? 

220px-Italo-CalvinoCALVINO. Io, dopo aver partecipato alla Resistenza, ho pubblicato nel 1947 un romanzo di argomento resistenziale. Il sentiero dei nidi di ragno, ma già allora volevo prendere le distanze dal Neorealismo, che riduceva la narrativa a una cronaca superficiale dei fatti accaduti. Negli anni Cinquanta poi ho proposto un tipo di letteratura orientata decisamente verso il fantastico, inventando storie inverosimili, buone sia per i ragazzi che per gli adulti. Nel decennio successivo, infine, ho mutato radicalmente le direzioni della mia ricerca.

Di questa svolta parleremo a breve. Sentiamo adesso Pasolini.

Pier PasoliniPASOLINI. Trasferitomi a Roma, mi sono sentito attratto dalle abitudini del popolo delle borgate, da quei ragazzi di vita a cui ho intitolato il mio romanzo del 1955. Qualcuno potrebbe parlare di un ritorno al Neorealismo da cui Calvino si stava sempre di più radicalmente staccando. Ma c’era qualcosa di più. Accanto all’interesse per le condizioni sociali del sottoproletariato urbano, ero affascinato dal vitalismo di questi giovani, un vitalismo che stava per essere soffocato dal livellamento imposto dall’affermarsi di una nuova società di massa e dei consumi.

Contro la quale lei si è sempre battuto coraggiosamente, rivendicando i diritti delle diversità in un mondo dominato dal conformismo e dall’ipocrisia. Anche lei, Calvino, negli anni Sessanta, ha maturato la convinzione della crisi sempre più profonda attraversata dal mondo contemporaneo, fra lo strapotere del capitalismo e gli ideali di una nuova sinistra, che, dopo la repressione sovietica della rivoluzione ungherese, prevedeva le distanze dello stalinismo. E si è posto il problema di quale dovesse essere la risposta della letteratura.

220px-Italo-CalvinoCALVINO. Mi sono reso conto che la forma tradizionale del romanzo, quella di tipo ottocentesco, era ormai logora. Le trasformazioni di cui si parlava poco fa rappresentavano una svolta epocale si stava passando dalla modernità (quella dello sviluppo industriale) alla postmodernità, basata sul trionfo della comunicazione e degli strumenti mediatici. Non potevo ignorare l’uso del computer, che avrebbe aperto prospettive inedite prima impensabili. Bisognava tenere gli occhi ben aperti, facendo sì che anche la letteratura si rendesse conto di questa realtà. Rispetto a Pasolini, c’è una differenza generale che riguarda una scrittura più limpida, fatta di chiarezza e precisione.

Pier PasoliniPASOLINI. Condivido solo in  parte la diagnosi di Calvino. Sono d’accordo sullo strapotere dei media e delle nuove forme di comunicazione di massa, ma di questo processo io vedo solo le conseguenze negative. Bisogna opporsi in tutti i modi, anche attraverso un impegno culturale in cui lo scrittore cerca il confronto, anche duro e provocatorio, con la realtà; compromettendosi e contaminandosi, se è il caso, come ho sempre fatto io, accettando le mie stesse contraddizioni, oltre ad assumermi sempre la responsabilità delle posizioni spesso scomode che ho sostenuto. Alla pulizia della scrittura di Calvino, io ho contrapposto una scrittura che mi sento di definire sporca. Non solo ho rifiutato le correnti della tradizione poetica Novecentesca, ma ho insistito sulla durezza e disarmonia dell’espressione. Preferisco uno stile contorto e involuto, di difficile lettura e comprensione. Per quale motivo? Perché la letteratura, per rappresentareconflitti della vita, deve sporcarsi anche lei, farsi carico delle sue miserie e delle sue contraddizioni, che non ammettono facili soluzioni consolatorie. In questo consiste la mia letteratura, sgradevole e provocatoria, di testimonianza e di protesta. 

Soprattutto le vostre considerazioni finali sullo stile hanno chiarito le ragioni di scelte molto diverse, che tuttavia valgono come possibilità, anche per gli scrittori più giovani, di cercare soluzioni alternative per rispondere alla complessità e alle crisi sempre minacciose del mondo in cui viviamo. 

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