Le fate ignoranti e l’Ozpetek Cinematic Universe

Più che il reboot del film del 2001 che consacrò il suo autore, Le fate ignoranti – La serie è l’apoteosi di quello che potremmo definire Ozpetek Cinematic Universe. Se la Marvel ha gli Avengers, Ferzan ha gli abitanti del quartiere Ostiense di Roma. E anche quando si sposta altrove, come nella Puglia delle Mine vaganti, i personaggi del regista italo-turco restano coerenti con la sua cartografia sentimentale.

Per la sua prima produzione italiana, Disney+ ha scelto Ozpetek proprio per il suo universo riconoscibile: si tratta di un regista che è riuscito a creare una sorta di brand attraverso i suoi film.

In questa produzione dall’ambizione internazionale, il regista di Saturno Contro si accomoda in una comfort zone che corrisponde alle esigenze della committenza, asseconda i bisogni dei cultori, intrattiene con quella facilità che gli è propria attraverso la regia calda, elegante e circolare.

In fin dei conti fa tutto ciò che si chiede a una serie: un’evasione costruttiva, il piacere e il senso del racconto, un’empatia con personaggi ai quali è impossibile voler male. Nei vent’anni che separano film e serie, il mondo è cambiato, soprattutto nella percezione collettiva verso coloro che un tempo venivano tenuti ai margini poiché considerati diversi.

D’altro canto, Ozpetek parte dal presupposto che, pur nello scorrere del tempo, i sentimenti sono sempre gli stessi. Se qualcuno volesse custodire segreti inconfessabili può continuare a farlo nonostante le tecnologie invasive, e «non basta una vita a raccontare un grande amore». Riprendere in mano il suo film più identificativo gli dà l’occasione per accarezzare gli abitanti che affollano il suo teatro, ovvero il condominio alla cui sommità si trova il grande appartamento con terrazza di Michele, luogo visto già in La Dea Fortuna.

Non di rado la corale sovrasta i protagonisti, con i comprimari che capitalizzano i rispettivi drammi per rivendicare spazi. Da non sottovalutare il peso specifico degli interpreti di contorno, tutti più o meno già affini all’autore: c’è molto affetto nei confronti delle parabole di Serra (Yılmaz, amministratrice dal passato oscuro), Luisella (Paola Minaccioni, vorace e timida), Annamaria (Ambra Angiolini, di nuovo con la fissa dell’astrologia dopo Saturno Contro), Vera (Lilith Primavera, nata in un corpo da uomo), Veronica (Carla Signoris, ancora mamma sorprendente sulle orme di Allacciate le cinture, sempre infallibile).

Qualcuno per forza di cose resta indietro, alla ricerca di attenzioni (la coppia composta da Filippo Scicchitano e Edoardo Purgatori, il vecchio del gruppo Edoardo Siravo che ricorda l’Ennio Fantastichini di Saturno contro), mentre spuntano cammei di amiche del regista (una Milena Vukotic chiaroveggente, Elena Sofia Ricci come nobildonna perspicace) e si impongono le pettegole Tre Marie Patrizia Loreti, Giulia Greco e Mimma Lovoi.

Il rischio di sfilacciare la narrazione è costante, e non sempre il tentativo del regista di sintonizzarsi con i più giovani riesce. Le dinamiche tipiche del suo cinema sembrano imprigionare Ozpetek in una tendenza alla reiterazione che finisce sopra le righe: dalla soprano drag queen che canta Mina in lip-sync alla stessa cantante italiana che chiude ogni puntata, passando per la colonna sonora turca, la melomania e Cocktail d’amore che riecheggia al primo incontro tra i due vedovi.

Restano uno sguardo luminoso sul futuro (complice la fotografia di Luigi Martinucci) e un calore umano che pochi autori italiani sanno esprimere. Non è poco, forse un po’ di coraggio in più non sarebbe guastato, però, tutto sommato, se l’obiettivo era puntellare un immaginario e non rivoluzionarlo, può dirsi riuscito.

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