A 30 anni dalla strage di Capaci: poesie antimafia

È Il 23 maggio 1992: Giovanni Brusca detto u verru (il porco), o lo scannacristiani, – allora membro di rilievo di Cosa Nostra- è piazzato sulla collinetta che domina Capaci, pronto a premere quel tasto che azionerà a distanza la carica di tritolo preparata dall’artificiere Pietro Rampulla, piazzata sotto un tunnel autostradale. Dopo l’esplosione, il magistrato Giovanni Falcone resta incastrato tra le lamiere della Fiat Croma bianca di cui era alla guida; morirà la sera stessa in ospedale, seguito poche ore dopo dalla moglie, il magistrato Francesca Morvillo. Perdono la vita anche tre agenti di scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. A salvare la vita all’autista giudiziario Giuseppe Costanza è la sua posizione nel sedile posteriore dell’automobile.

Cosa Nostra ha voluto chiudere i conti con l’uomo-simbolo della lotta antimafia. Falcone ha ricostruito la struttura militare e verticistica della mafia, ha allargato le maglie delle relazioni tra Cosa Nostra e il potere. Con Paolo Borsellino e gli altri componenti del Pool antimafia di Antonino Caponnetto ha istruito nel novembre del 1983 il Maxiprocesso di Palermo, mandando a giudizio 474 imputati.

A pochi giorni da Capaci, Alda Merini dedica a Falcone dei versi densi di amarezza.

Per Giovanni Falcone

La mafia sbanda,
la mafia scolora
la mafia scommette,
la mafia giura
che l’esistenza non esiste,
che la cultura non c’è,
che l’uomo non è amico dell’uomo.

La mafia è il cavallo nero
dell’apocalisse che porta in sella
un relitto mortale,
la mafia accusa i suoi morti.

La mafia li commemora
con ciclopici funerali:
così è stato per te, Giovanni,
trasportato a braccia da quelli
che ti avevano ucciso.

La poetessa milanese utilizza un linguaggio indignato e rancoroso: viene denunciata, nelle sue atrocità, non solo la mafia che sbanda, che scolora e che scommette, ma anche coloro che non hanno preso posizione, coloro che, consapevoli, non si sono allontanati da quelle azioni meschine e prive di umanità. La poesia condanna l’indifferenza, l’omertà. Il silenzio è mafia. E proprio negli ultimi versi, Alda Merini denuncia i colpevoli omertosi che sorreggono il corpo di Falcone.

Il componimento esce nel volume Ipotenusa d’amore, edito da La vita felice nel 1994. Un atto di denuncia in versi, un omaggio a coloro che combattono contro quel cavallo nero, a Giovanni Falcone, a Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, a tutte le vittime di mafia.

Versi di Peppino Impastato

Passeggio per i campi
con il cuore sospeso
nel sole.
Il pensiero,
avvolto a spirale,
ricerca il cuore
della nebbia.

Così, tramite le sue preziose parole, è più decoroso ricordare Peppino Impastato. Un animo gentile, in ricerca di quel cuore strappato violentemente dalla mafia.

Il grande esponente locale di Democrazia Proletaria, giornalista sempre pronto con una calzante ironia a denunciare ogni fenomeno mafioso. Il giorno della sua morte è iconico, rappresenta la sua vita, poiché coincide con la morte e il ritrovamento del leader della Democrazia Cristiana. Sia Moro sia Impastato, entrambi politicamente attivi, sono morti per mano di due organizzazioni differenti che erano contrari alle nostre istituzioni.

Peppino, involontariamente, ci ha lasciato una descrizione che sembra prevedere ciò che avverrà alla sua morte:

Un mare di gente
a flutti disordinati
s’è riversato nelle piazze,
nelle strade e nei sobborghi.
È tutto un gran vociare
che gela il sangue,
come uno scricchiolio di ossa rotte.
Non si può volere e pensare
nel frastuono assordante;
nell’odore di calca
c’è aria di festa.

Tra frastuoni assordanti e silenzi afosi, sulla Sicilia cade una patina rarefatta: una magia di sospensioni, che cela qualcosa di terribile. Una placida e assolata calma, un’interruzione nello scorrere del tempo, un’oasi di pace apparente che «Si purga dai suoi mali e altri ne prepara». L’attesa di un’«orribile certezza» aleggia nell’aria, come una presenza che tutti sulla pelle percepiscono ma che nessuno vede. Così la descrive il poeta fiorentino Mario Luzi.

Palermo, aprile ’86

È placida Palermo sotto le nuvole.
Rari perforano gli aerei
la sfiorata coltre, s’infilano, ma quasi controvoglia, in questa
sgoccigliante domenica
d’aprile che assonna tutto il golfo.
Poi calano sulla lontana pista.
Nessun altro frastuono arriva, il rombo
ed il marasma
hanno lasciato le strade,
neppure l’ululato
delle molte ambulanze e delle scorte
ora la traversa.
gli scatti e i morsi,
gli stozzi ed i sussulti della sua oscura malattia
conoscono un inspiegabile letargo.
Le muraglie e le cupole si staccano
sui chiostri e sui giardini
in un chiarore infido, morbido.
Tranquillo il porto ed i bacini,
semideserte le banchine,
mediocre la stazza delle navi.
I rimorchiatori sono fermi.
Si purga dai suoi mali e altri ne prepara
Palermo in questa oasi
se è un’oasi che si è aperta nel suo ventre, come pare,
e non un’officina di crimini e di morte
intenta a un più subdolo lavoro
che così si affina…

Immagino soltanto o subodoro
qualcosa di cui i notiziari della sera
mi daranno orribile certezza? Interpellati
i miei amici di qua
sono simili ad uomini di mare
per cui nulla è imprevedibile,
sono aperti ad ogni segnale
e catafratti ad ogni male, sebbene sotto sotto
amari, sebbene non rassegnati al peggio.
Saprò forse domani che questo splendido torpore
era fitto di crude operazioni, ed anche
questo abbaglio
ingannevole ci ammalia… così è Palermo.

Commenti di: Alice Zaccardi, Federico Proterra, Rebecca Febbo.

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