L’affaire Mbappé e l’ipocrisia del calcio

Nelle ultime settimane, mentre i campionati emettevano gli ultimi appassionanti verdetti, è andato in scena un intrigo internazionale con Kylian Mbappé come protagonista. La stella del presente e del futuro del calcio mondiale è stata al centro di un affaire che ha coinvolto le principali potenze di questo ambiente, in quella che è stata più una prova di forza politica che una trattativa di calciomercato. Il risultato? Dopo essersi promesso alla Casa Blanca del Real Madrid, Kylian ha deciso di rimanere a Parigi fino al 2025 grazie all’ultimo rilancio di Nasser Al-Khelaïfi, presidente qatariota del PSG.

Le cifre sono astronomiche: le fonti più accreditate parlano di 50 milioni netti l’anno, più un bonus alla firma di 120 milioni e il 100% dei diritti di immagine. Una cosa mai vista. In Spagna, per utilizzare un eufemismo, non l’hanno presa bene: «Quello che ha intenzione di fare il PSG rinnovando Mbappé con una gran quantità di denaro, dopo aver avuto perdite di 700 milioni nelle ultime stagioni e avere più di 600 milioni di salari da pagare è un insulto al calcio. Al-Khelaifi è pericoloso tanto quanto la Superlega» ha dichiarato Javier Tebas, numero uno de La Liga.

Partiamo da un presupposto: chi scrive, nel caso specifico, è d’accordo con Tebas. Il mondo del calcio diventa, di anno in anno, sempre meno sostenibile e il Covid, invece di promuovere le condizioni per una riforma complessiva del sistema, ha soltanto contribuito ad ampliare il divario tra i club più ricchi e quelli che non possono permettersi cartellini e ingaggi fuori dalla norma.

Di tutto ciò risentono le competizioni nazionali, che riescono ad essere avvincenti solo se livellate verso il basso (vedi Serie A) o verso l’alto (vedi Premier Legaue).

Non ci avventeremo, però, in discorsi scivolosi o retorici sul romanticismo di questo sport e sulle scelte di vita di Mbappé, il quale ha rifiutato il club che sognava da bambino per farsi ricoprire di soldi. L’argomento topico è un altro, per comprenderlo esquarciare il velo di ipocrisia che ammanta le reazioni scomposte del presidente de La Liga, di Florentino Pèrez e dell’opinione pubblica è sufficiente un minimo di logica.

Seguendo lo storytelling che i vertici del club spagnolo stanno proponendo, per Mbappé ci sarebbe stato un duello tra i valori più profondi dello sport e i soldi del Qatar. Come se il Real Madrid non fosse stato pronto a rendere comunque Mbappé il giocatore più pagato della storia del calcio (un anno fa, in piena pandemia, aveva offerto 200 milioni di euro per il suo cartellino nonostante fosse in scadenza di contratto). O come se il Madrid non facesse man bassa dei migliori talenti comprandoli a cifre fuori mercato, come se non avesse usufruito di aiuti di stato illegittimi. Ancora, come se Florentino Perez non avesse ordito un attentato diretto al cuore del mondo del calcio – la Superlega – con una giustificazione che letta oggi fa quasi sorridere: «Il calcio è gravemente ferito perché la sua economia sta affondando e dobbiamo adattarci ai tempi che stiamo vivendo». Eppure il Real Madrid, così come la Juventus (con le dovute proporzioni), non si sta battendo per il salary cap o per una riforma che permetta di recuperare un equilibrio finanziario e sportivo, ma soltanto per cercare introiti più alti e soprattutto garantiti a prescindere dai risultati sul campo.

La progressione degli acquisti più costosi della storia del calcio: tra il 2000 e il 2013 il Real Madrid ha mantenuto e migliorato il proprio record

Per questo viene il forte sospetto che la battaglia contro il PSG, Al-Khelaïfi e il suo peso politico (è subentrato ad Agnelli come presidente dell’ECA) non venga fatta in nome del calcio e della sua sostenibilità, ma per mantenere lo status quo (che nel caso di Tebas significa fermare l’emorragia di stelle di questi anni, Ronaldo e Messi su tutte). Il tutto per far continuare a regnare la nobiltà del calcio, che oggi si lamenta degli stessi metodi che ha utilizzato per decenni. Per usare un’espressione tanto cara a coloro che sostengono questa visione, sappiamo benissimo che questo non è il «calcio del popolo» e che probabilmente continuerà a non esserlo. E sappiamo anche che il mondo del calcio vanta un rosso complessivo da 5 miliardi. Ciò che sfugge è come la soluzione possa essere quella di rendere il pallone un affare esclusivo di otto squadre soltanto per permettere loro di spendere sempre di più invece di ragionare su un ridimensionamento generale. La risposta dovrebbe essere diametralmente opposta: tetto salariale e più equilibrio nella distribuzione degli introiti. Meglio ora, che quando la bolla sarà scoppiata.

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