La mafia uccide solo d’estate: Tra cinema e storia

– “Ma la Mafia può uccidere anche noi?”
– “Tranquillo Arturo, ora siamo d’inverno. La mafia uccide solo d’estate“.

Queste sono le parole con le quali il padre Lorenzo Giammarresi si rivolge al piccolo Arturo all’inizio del film “La Mafia uccide solo d’estate”, prima produzione ad essere diretta e interpretata da Pif (Pierfrancesco Diliberto) assieme a Michele Astori e Marco Martani ed uscita nelle sale cinematografiche nel 2013 ricevendo un notevole successo. Con il giusto connubio tra commedia e dramma, il regista, è riuscito nell’intento di raccontare i tormentati anni della guerra tra famiglie mafiose e tra stato e mafia dagli anni settanta agli anni novanta, attraverso gli occhi speranzosi e malinconici di un giovane palermitano.

Nel film, così come nella vita di tutti noi, Il tempo sembra quasi scorrere inesorabile con il suo passaggio da una stagione ad un’altra, con il suo flusso di eventi, storie di vita ed emozioni. Alle volte si ha la percezione che ci lasciamo fluttuare dallo scandire dei rintocchi dell’orologio, come se non ci accorgessimo della vita che ci passa dinanzi. Una morte dopo l’altra, vittime della mafia… Un attentato dopo l’altro, come se nulla fosse accaduto.

Eppure ci sono dei giorni che restano nel bene o nel male nella memoria storica e collettiva di tutti; che tracciano un confine invalicabile tra ciò che è stato e ciò che sarà, come se tutto venisse travolto all’improvviso da un fiume in piena o da venti impetuosi di un uragano. Come se la coscienza all’improvviso si risvegliasse dal suo torpore. È quell’attimo in cui il tempo sembra fermarsi e le nostre vite restano sospese in un limbo di incertezze e sgomento.

In questo periodo dell’anno non può che tornare alla memoria la data del 23 maggio 1992 che ha segnato una delle pagine più buie della storia della Repubblica, quando accadde la strage annunciata di Capaci. Sono trascorsi 30 anni da quel giorno, ma da quel momento tutti noi (anche coloro che non erano ancora nati all’epoca) dobbiamo fare i conti con cosa sia la Mafia e con cosa rappresenti.

Alle sei di pomeriggio, sull’autostrada A29 che dall’aeroporto di Punta Raisi, in Sicilia, portava a Palermo, viaggiavano tre Fiat Croma. A bordo, c’erano il giudice antimafia di Palermo Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicilio e Antonino Montinaro. Con loro, gli altri membri della scorta Paolo Capuzza, Angelo Corbo e Gaspare Cervello, assieme all’autista giudiziario Giuseppe Costanza. La corsa delle tre vetture si arrestò all’altezza dello svincolo di Capaci, così come la vita di Giovanni Falcone che la dedicò interamente alla lotta alla Mafia.

Le storie di uomini e donne che si opposero alla Mafia sono diventate oggetto di film che hanno fatto la storia del cinema italiano, nonché esempi virtuosi da seguire.
Lo stesso Falcone sosteneva che la mafia è un fenomeno sociale e culturale che va contrastata non con atti di singolo eroismo, ma con una vera e propria rivoluzione culturale che parte dal basso ed il cinema è diventato un potente strumento di risonanza per tale intento.

La mafia trova un terreno fertile per attecchire nell’omertà di coloro che hanno paura di ribellarsi allo stato delle cose. Da qui le parole di Peppino Impastato in “I cento Passi” scalfiscono con forza il silenzio della popolazione dell’epoca e riecheggiano come il rombo di un tuono in una torrida giornata d’estate:

“Di mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi”.

Ne “I Cento Passi” il regista Marco Tullio Giordana punta i riflettori sulla vita e morte di Peppino Impastato, ragazzo siciliano ucciso dalla mafia, interpretato da un insuperabile Luigi Lo Cascio al suo esordio. Il titolo prende il nome dal numero di passi che occorreva fare a Cinisi per colmare la distanza tra la casa della famiglia Impastato e quella del boss mafioso “Tano” Badalamenti.

Ma come spesso accade, si rimane quasi folgorati ed incredibilmente affascinati anche dalla vita di chi è dalla parte sbagliata della storia, di chi ha fatto del crimine il proprio marchio di fabbrica, di chi ha reso organizzazioni criminali quali la Mafia, la Camorra e la ndrangheta così potenti e conosciute in tutto il mondo. C’è chi lo definisce “il fascino del male”.

Un esempio su tutti ci viene fornito dalla trilogia de “Il Padrino”.
Quest’anno ricorrono i 50 anni dall’uscita della prima pellicola della trilogia diretta da Francis Ford Coppola con Marlon Brando, Al Pacino,  Robert Duvall e Diane Keaton.

La sceneggiatura, scritta da Coppola e Mario Puzo, è ispirata al romanzo omonimo scritto dallo stesso romanziere. Il film è ambientato a New York in pieno dopoguerra, tra la fine degli anni 1940 e la prima metà degli anni 1950. Il protagonista è don Vito Corleone, emigrato dalla Sicilia in America e diventato il capo della famiglia mafiosa più potente della Grande Mela, grazie al rispetto e all’onorabilità ottenute dal patriarca e dai figli coinvolti nelle attività malavitose. Quando don Vito rimane vittima di un attentato da parte di un boss rivale, il figlio Michael Corleone comincia l’ascesa nell’impero mafioso della famiglia, fino a diventare il nuovo padrino.

Non resta che farvi coinvolgere da questi capolavori del cinema, perché l’unica arma che abbiamo a disposizione contro il male è la conoscenza.

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