Le miniere, gli indigeni e un Tiranno: il Brasile di Bolsonaro

La ritirata delle principali compagnie minerarie in Amazzonia ha rovinato i piani che il presidente Brasiliano, Jair Bolsonaro, aveva per il c.d. polmone del mondo. Luogo che ospita dei popoli indigeni che, in questo momento, rappresentano l’ostacolo più grande per carriera del politico.

L’Instituto Brasileiro de Mineração (Ibram), l’associazione di categoria che riunisce le 130 principali compagnie minerarie attive nel paese sudamericano e detiene l’85% della produzione brasiliana di metalli, ha confermato che nessuno dei membri di Ibram ha delle operazioni in corso o delle richieste di permessi estrattivi per oro, stagno, nichel, ferro e altri minerali nell’area.

Pochi sono a conoscenza che al confine tra Perù, Brasile e Bolivia vive la più alta concentrazione di tribù del pianeta. Non conoscono confini e attraversano la frontiera tra i tre paesi nelle loro rotte nomadi. Di loro non si sa molto, solo che rifiutano il contatto, spesso a seguito di violenze terribili e malattie portate dall’esterno. Alcuni hanno scelto l’isolamento dopo essere sopravvissuti al boom della gomma, durante il quale migliaia di indigeni furono ridotti in schiavitù e assassinati. Molti sono fuggiti nelle aree più remote dell’Amazzonia e da allora evitano il contatto prolungato.

Stupisce il fatto che lo scorso 15 Marzo, è stata conferita la Medaglia al merito indigeno a Bolsonaro per gli “importanti servizi altruistici a favore del benessere, della protezione e della difesa delle comunità indigene”, come si legge nella Gazzetta Ufficiale di Brasilia.  L’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), ha ribattezzato il premio come la “medaglia del genocidio indigeno”.

Questa è la seconda volta che l’Articolazione ricorre a mezzi giuridici contro Bolsonaro. La prima fu ad agosto 2021: allora, l’Apib ha denunciato il Presidente brasiliano alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, genocidio ed ecocidio. Diverse organizzazioni internazionali le hanno dato man forte, sollevando uguali proteste al Tribunale dell’Aia.

Dal  1°gennaio 2019, data di insediamento, Jair Bolsonaro ha dedicato la maggior parte della sua presidenza a smantellare il sistema di protezione formale e informale a tutela dei popoli indigeni con campagne mediatiche e istituzionali. Ha più volte paragonato i popoli originari ad animali la cui civilizzazione sarebbe possibile attraverso lo sviluppo del loro modo di vita.

L’esempio principale è la Fondazione Nazionale per l’Indio (Funai), l’organo del Governo che si occupa di elaborare e implementare le politiche a sostegno degli indigeni. Tra i suoi compiti principali ci sono la mappatura e la protezione delle terre delle comunità originarie e la prevenzione del loro sfruttamento dall’esterno. Bolsonaro ne ha trasferito le funzioni essenziali al Ministero dell’Agricoltura, roccaforte della cosiddetta “bancada ruralista” (il gruppo di imprenditori dell’agribusiness che supportano il Presidente nel Congresso), e ha insediato al vertice dell’istituto persone di sua fiducia. Il risultato è stato un’accelerazione nel processo di disboscamento dell’Amazzonia nativa. Nel novembre scorso, alcune organizzazioni indigene brasiliane hanno denunciato il pericoloso sfruttamento delle terre dei Piripkura, invase dai tagliatori di alberi alla ricerca di spazi per l’allevamento intensivo. I territori erano intoccabili per legge. Ed era impossibile che le autorità non sapessero nulla, dal momento che nell’area disboscata è stata costruita una pista di atterraggio per velivoli.

Un caso ancora più rappresentativo della volontà di Bolsonaro di distruggere il patrimonio eco-antropologico delle comunità originarie, riguarda il Funai. Un mese e mezzo fa, la fondazione è rimasta coinvolta in uno scandalo. Alcuni suoi dipendenti hanno insabbiato le prove dell’esistenza di una comunità in modo che le terre in cui vive potessero essere concesse a imprenditori agricoli. Nonostante questo, Bolsonaro va avanti con la sua strategia. L’ultima sua mossa è stata il tentativo di far passare con voto immediato una legge per aprire le terre dei popoli originari all’estrazione di materie prime.

L’assenza di una regolamentazione chiara dal punto di vista legale ha fatto si che le principali compagnie minerarie facessero dietro front. Secondo la costituzione brasiliana, è possibile lo sfruttamento minerario delle terre indigene solo dopo che le popolazioni hanno dato esplicitamente il loro consenso, e che tale consenso deve essere regolato da una legge apposita. Legge che al momento non esiste.

Per aggirare il problema, Bolsonaro prova da più di un anno a far approvare il contestato “Marco temporal”. Il provvedimento prevede l’obbligo per le comunità indigene di dimostrare la loro presenza sul territorio dal 1988 per ottenere la tutela ambientale. Parliamo dell’anno in cui il Brasile ha voltato pagina dopo la dittatura militare ed è entrata in vigore la nuova costituzione, quella attuale. Il problema è che molti nativi erano stati cacciati dalle loro terre dai militari. In molti altri casi, le comunità non hanno nessun documento formale che attesti la loro presenza nell’area.

Questa legge è un modo subdolo per privare le popolazioni indigene dei diritti sulle loro terre ancestrali e far proliferare le miniere in Amazzonia. Ma anche per le compagnie minerarie, evidentemente, il Marco temporal non è garanzia sufficiente per i loro investimenti.

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