Le protesi tra secoli di evoluzione

Con il progredire della scienza, la qualità di vita dell’uomo è notevolmente migliorata. Un esempio pratico è nell’evoluzione delle protesi di arti amputati, nella maggior parte dei casi le protesi attuali sono costituite da svariati materiali, dalla plastica all’alluminio passando per il titanio, un elemento chimico della tavola periodica che tra le sue proprietà annovera incredibile leggerezza, estrema resistenza e bassa densità. Queste, però, sono state precedute da secoli di tentativi e di esperimenti (alcuni anche incredibilmente fallimentari) che hanno portato all’evoluzione che abbiamo raggiunto ad oggi. Una triste peculiarità delle protesi sta nel fatto che l’iniziativa del miglioramento provenisse nella stragrande maggioranza dei casi da singoli individui o dai privati cittadini, con le istituzioni raramente coinvolte nel finanziamento o nel coordinamento dei progetti. L’evoluzione delle protesi, dunque, è stata lunga ed impervia.

A quanto ne sappiamo, i primi pionieri della tecnologia protesica furono gli egizi. Pare che i loro arti fossero fatti in fibre, e che fossero indossati più per un fattore estetico che meramente funzionale, eccezione fatta per il primo dito protesico installato su una mummia egiziana.

Numerosi furono i casi riportati nei secoli successivi, ad esempio lo studioso romano Plinio il Vecchio scrisse riguardo un generale che nella seconda guerra punica (218-202 a.C.) aveva il braccio destro amputato ed al posto di esso una protesi con una mano di ferro che sosteneva lo scudo, cosicchè gli fosse possibile combattere.

Il Medioevo invece fece da teatro ad uno scarso avanzamento nel campo delle protesi: la maggior parte di esse furono fatte per nascondere deformità o lesioni di guerra. Solo i ricchi avevano la possibilità di permettersi protesi funzionali per gambe o mani. Tuttavia, era comune la progettazione e la creazione di arti artificiali tra persone di tutti i mestieri: ad esempio, gli orologiai aggiunsero intricate funzioni interne con molle e ingranaggi.

Nel Rinascimento invece, sono state riportate in voga le scoperte in ambito medico degli antichi greci e romani, quindi le protesi dell’epoca furono perlopiù fatte in ferro, acciaio, rame e legno, acquistando così anche un valore estetico.

Dopo il 1500, fondamentale è stato l’intervento di Ambroise Paré, barbiere/chirurgo francese considerato da molti il padre della chirurgia moderna, capace di introdurre le procedure di amputazione moderna e di costruzione delle protesi di arti inferiori. Il suo lavoro ha mostrato la prima vera idea di come dovrebbe funzionare una protesi. Lorrain, un fabbro francese, ha portato ulteriore innovazione utilizzando cuoio, carta e colla al posto del ferro per diminuirne il peso.

Nel 1843, è stato Sir James Syme ad utilizzare per primo un nuovo metodo di amputazione della caviglia che non comportava l’amputazione alla coscia. L’utilizzo di tale metodologia implicava la possibilità di camminare utilizzando una protesi del piede evitando l’amputazione dell’intera gamba.

È a seguito della guerra di secessione americana, della prima guerra mondiale e della seconda guerra mondiale, che siamo riusciti a spingere le protesi verso il grandioso progresso raggiunto oggi. Oltre ad essere più leggeri, i nuovi dispositivi sono modellati sul paziente, con l’avvento dei microprocessori e della robotica. Infatti le moderne protesi sono progettate per far tornare gli amputati allo stile di vita a cui erano abituati, piuttosto che per fornire funzionalità di base o semplicemente un aspetto più gradevole. Le protesi sono più realistiche, hanno coperture in silicone e sono in grado di mimare la funzione di un arto naturale ora più che in qualsiasi momento prima.

Inutile dire che al momento sono numerosi gli sportivi che hanno mostrato quanto le protesi attuali funzionino in maniera eccelsa, basti pensare a Bebe Vio oppure ad Oscar Pistorius che tramite protesi su misura per la corsa ha scritto la storia della velocità nelle paralimpiadi.

Sicuramente questi sono enormi passi avanti anche per l’inclusione nella società, che tende purtroppo troppo spesso a mettere da parte persone con disabilità.

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