Alta marea

Dopo due anni di assenza, causa pandemia, è tornato a celebrarsi il più importante e leggendario festival musicale. Si sta parlando evidentemente di Glastonbury, definito da Noel Gallagher come «importante per la salute mentale della Gran Bretagna». La giornata del venerdì è stata aperta dai Crowded House di Neil Finn. La fama globale di questa band australiana è imperniata su un successo degli anni ’80, Don’t Dream it’s Over.

In Italia è nettamente più conosciuta la versione di Antonello Venditti, Alta Marea. La protagonista del video è una giovanissima Angelina Jolie. L’inizio della carriera dell’attrice statunitense, negli anni ’90, è legato a doppio filo con il belpaese.

Nelle stesse ore, sabato per la precisone, all’interno della Duna Arena di Budapest, tre formidabili nuotatori – Robert Finke, Florian Wellbrock e Mykhailo Romanchuk – sono stati travolti dalle onde dell’alta marea procurata dalla nuotata sgraziata ma terribilmente efficace di Gregorio Paltrineri, nel corso della finale dei 1500 stile libero. Il sogno dei tre di spartirsi di nuovo il podio come accaduto negli 800 si è infranto sotto i duri colpi dell’ardimento di Supergreg. Se c’è un segno distintivo che rende più agevole riconoscere un campione è la capacità di sovvertire il pronostico quando sembra scontato.
Ai microfoni della Rai, nell’immediato post-gara, Paltrinieri si è tolto qualche sassolino dalla scarpa, rispondendo a tono a chi aveva dubitato della sua condizione durante l’avvicinamento all’evento: «Sapevo che potevo vincere due ori in vasca. L’800 è andato così (quarto posto, ndr) e mi è scocciato così tanto, ho pensato che oggi piuttosto morivo in acqua, ma non c’era altra soluzione che spingere. I miei amici dicevano che ero quotato a 26 prima della gara e ho risposto ‘ma come si permettono di darmi vincente a 26? Ma dov’è il rispetto?’. Oggi gli ho dimostrato chi sono». Un campione non va mai sfidato: è questo che lo tiene in vita, è quella la propulsione che sospinge il suo sangue nelle vene.

La condotta di gara dell’azzurro è stata scellerata quanto geniale. Almeno venticinque vasche sotto la linea del record del mondo, sfuggitogli per qualche secondo, ma soprattutto la fuga partita sin dalle prime bracciate che ha generato un deserto d’acqua dietro di lui, con i tre che annaspavano sfiancati proprio dall’alta marea. È il quarto oro mondiale per Greg, campione olimpico nel 2016 sempre nel mezzofondo – tristemente zavorrato dalla mononucleosi lo scorso anno a Tokyo.

E allora, come accaduto nell’epoca della Divina, l’Italia che nuota è dipendente da Paltrinieri? No, il movimento è in crescita e ricco di talenti che, dopo qualche  tribolazione, hanno trovato posto nell’aristocrazia natatoria. Si pensi alla staffetta 4×100 misti maschile. Gli States, su diciannove edizioni dei campionati mondiali, l’hanno vinta per tredici volte, con due squalifiche; sostanzialmente l’hanno persa solo quattro volte in acqua. L’ultima sconfitta, però, è arrivata sabato, contro Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Federico Burdisso e Alessandro Miressi.

I Four Horsemen del nuoto italiano, quattro ragazzi che vedresti bene a fare balotta in giro. Ceccon, su tutti, è il fuoriclasse: versatile, dal fisico sinuoso e poco massiccio destinato a sfrecciare sull’acqua. Si è definitivamente consacrato in questa rassegna con l’oro nei 100 dorso ricamato da un devastante record del mondo in 51’60” a spegnere sul nascere eventuali discussioni sul reale valore del titolo mondiale di quest’anno (mancavano i russi Rylov e Kolesnikov, per i noti motivi). Solo altri quattro atleti italiani, al maschile ed al femminile, detengono o hanno detenuto questo primato cronometrico. In aggiunta, i due quarti posti arrivati nei 50 dorso e delfino fanno decisamente ben sperare per il futuro.

Martinenghi è invece l’opportunista definitivo; approfitta dell’assenza dell’imperatore della rana Adam Peaty per rubargli almeno per il momento il titolo di campione del mondo nei 100, superando una nutrita concorrenza. A cominciare dal neerlandese Arno Kamminga, abbonato al secondo gradino del podio, indifferentemente dietro l’inglese o l’italiano. Per l’azzurro è doppietta sfiorata con i 50, dove torna a casa con un argento per soli tre centesimi, dietro allo statunitense Nic Fink. Ma quanta strada ha percorso Martinenghi: fenomeno in pectore da juniores, qualche insicurezza da limare dopo il passaggio al mondo dei grandi, ora finalmente il successo incontestato.

Burdisso è la scheggia impazzita, molto sicuro di sé e determinato a migliorarsi. In questa kermesse non ha brillato: punta agli Europei di Roma che si svolgeranno ad agosto, dove probabilmente troverà la migliore condizione atletica.

Miressi, dalla sua, è il classico che non tramonta mai: due metri, biondo, due ali al posto delle braccia, fisico massiccio e DNA da velocista. Campione del mondo in vasca corta lo scorso anno, escludendo le medaglie nelle staffette, questa rassegna per lui è stata una delusione: l’assenza di Caeleb Dressel e Kyle Chalmers nella gara regina dei 100 stile libero sembrava l’occasione perfetta per diventare re delle due vasche e invece ha concluso la gara ottavo, con quell’amaro in bocca difficile da lenire.

Già, Dressel. L’erede designato del più grande di tutti, Michael Phelps, l’anno scorso è tornato da Tokyo con cinque medaglie d’oro in più. E poi il vuoto. «Avevo bisogno di aiuto, avevo bisogno di parlare con le persone che amo, dovevo essere onesto. Mi sentivo perso. Sono stato piuttosto infelice per un paio di mesi», ha dichiarato a El Mundo. Quasi un anno dopo, nonostante la conquista dell’oro nei suoi 50 delfino e nella staffetta veloce, è tornato a casa per «problemi di salute e di assistenza di cui ha bisogno per recuperare», come dichiarato dal direttore generale di USA Swimming, Lindsday Mintenko.

È stato anche il primo mondiale senza Federica Pellegrini, colei che già a quattordici anni ad Atene 2004 era già salita all’onore delle cronache per quel sorprendente argento. Un po’ come è successo a Benedetta Pilato, con il secondo posto a Gwangju 2019 e il record del mondo agli Europei del 2021, sempre nei 50 rana, a soli sedici anni. Nel mezzo un olimpiade al di sotto delle aspettative, a cui è arrivata forse troppo acerba per quel tipo di palcoscenico e di pressione. A Budapest ha trionfato nei 100 rana, e ha anche lei sfiorato la doppietta nei 50, dove era l’assoluta favorita non fosse altro per quel primato da 29’30”: ha toccato la piastra per seconda, dopo la lituana Ruta Meilutyte. Tutta esperienza utile per i prossimi due anni con lo sguardo verso la Parigi nel 2024 dove, lì sì, bisognerà affermare tutto quel pregiatissimo talento.

«Hey now hey now, don’t dream it’s over»: l’alta marea azzurra non accenna a terminare.

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