Il caso P38 e la libertà espressiva: sintomo, non malattia

«Band pro Brigate Rosse, hanno un nome i quattro componenti del gruppo P38». Titola così un articolo di Repubblica datato 15 maggio scorso: è l’apice di un climax di polemiche mediatiche, denunce e comunicati stampa iniziato due settimane prima, e destinato a suo modo a rappresentare un punto di svolta importante nella comunicazione e nel dibattito attorno all’arte nell’Italia del 2022.

Riavvolgiamo brevemente il nastro: i P38 – La Gang nascono a settembre 2020 e sono, per loro stessa definizione, un collettivo musicale artistico insurrezionale. Isingoli pubblicati, in gran parte poi racchiusi nel primo disco Nuove BR pubblicato a fine 2021, sono caratterizzati da sonorità trap, su cui spiccano testi dai riferimenti fortemente espliciti alle Brigate Rosse ed al terrorismo di estrema sinistra degli anni di piombo.

Ogni elemento del progetto P38 è strutturato per ricreare precisamente quell’immaginario: dalla scenografia dei concerti (sul palco svettano bandiere con la falce e il martello o con la stella a cinque punte), agli outfit (pesanti passamontagna bianchi a coprire il viso); dalla scelta dei nomi d’arte (Astore, Papà Dimitri, Jimmy Pentothal e Yung Stalin) alla scrittura («Io non lavoro in banca, meglio rapinare una banca / spara al padrone di casa che ti fa pagare 300 una stanza», «Ti metto dentro una Renault 4 / Brigate Rosse scritto sul contratto / presidente lei mi sembra stanco / la metto dentro una Renault 4»), tutto è coerente con uno dei periodi più scuri e controversi del Novecento italiano.

I P38 hanno riscosso un ristretto ma vivace successo, costruendosi quasi subito una fan base affezionata e presente. Inevitabile, dunque, è stato l’inizio della corrida mediatica: il 25 aprile i quattro si esibiscono a Pescara, nello storico circolo Arci Scumm di Via delle Caserme. Nel giro di qualche giorno arriva la denuncia di Bruno D’Alfonso, carabiniere in pensione e figlio di Giovanni, a sua volta membro dell’Arma ucciso dalle BR nel 1975. Le accuse che giungono alla questura della cittadina abruzzese sono quelle di apologia di reato ed istigazione a delinquere. La Digos si mette sulle loro tracce, e nel frattempo i P38 suonano al circolo ARCI Tunnel di Reggio Emilia, in occasione della Festa dell’Unità Comunista del primo maggio.

È qui che esplode la bufera: le principali testate nazionali si interessano all’argomento, si espone anche la figlia di Aldo Moro, Maria Fida («Sto procedendo per vie legali. Questa non è una questione di libertà di pensiero, ma istigazione al terrorismo»), che si scaglia anche contro Marco Bellocchio per il suo film Esterno Notte. A gettare la benzina dell’indignazione sul fuoco arriva anche Lorenzo Biagi, figlio del giuslavorista Marco, anch’egli vittima delle Brigate Rosse.

Parallelamente, scende in campo anche la politica, a partire ovviamente dalla destra: in consiglio comunale a Bologna, Lega e Fratelli d’Italia chiedono la revoca dello spazio assegnato al Laboratorio Crash, l’ex Centrale del Latte, che aveva ospitato la band il 23 maggio.
Elly Schlein (Green Italia – Verdi, eletta in una lista supportata da Articolo Uno e Sinistra Italiana), vicepresidente della giunta regionale, risponde invece alle accuse di FdI condannando duramente l’accaduto e scaricando il circolo Tunnel: Schlein sostiene che la regione non lo abbia mai finanziato direttamente, ma si sia interfacciata solo con l’Arci regionale, e che sia dunque esente da colpe.

Proprio il circolo di Reggio Emilia finisce, un po’ a sorpresa, al centro dell’inchiesta: mentre gli agenti della Digos sono impegnati ad identificare i P38, dalla Procura arriva anche un avviso di garanzia per Marco Vicini, il presidente.

Vicini, che in questura si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio per l’accusa di istigazione a delinquere, ha parlato così al TGR Emilia Romagna: «Per quanto mi riguarda l’espressione artistica, anche quando assume forme dissacranti e provocatorie, va posta sul suo piano […] e non colta in senso letterale». A fargli eco è un comunicato ufficiale della direzione del Circolo, nel quale essa specifica di aver solo ospitato l’evento, non organizzandolo direttamente, e rivendica la propria importanza a livello sociale per la città di Reggio Emilia, oltre al diritto alla libertà d’espressione, attaccando in maniera netta l’autorità giudiziaria.

Nel frattempo, però, la situazione si scalda: il MI AMI, storico festival indie organizzato al Circolo Magnolia a Milano, cancella l’esibizione dei P38 prevista per il 27 maggio in seguito alle polemiche. A dire il vero, sin dall’inizio il collettivo si era dichiarato abbastanza sorpreso dall’ingaggio su un palco così importante: «La nostra teoria è che quelli del MI AMI ci abbiano chiamato perché pensano che stiamo scherzando. Be’, diciamo che si vedrà quanto scherziamo dal palco».

Nel frattempo i profili social afferenti ai P38 vengono oscurati, ma gli stessi lanciano un crowdfunding per sostenere le spese legali: sostegno economico in cambio di magliette, stampe o addirittura un concerto privato. In pochi giorni si sfiora la quota 10.000 euro.

La descrizione del crowdfunding introduce ed anticipa una parte dei temi scelti per difendersi dalle accuse, poi raccolti dal collettivo in un completo ed esaustivo comunicato stampa pubblicato il 4 maggio.

Il comunicato pone in essere delle questioni interessanti. Innanzitutto, la consapevolezza di risultare divisivi, il considerare l’arte come forma di provocazione e leva sociale («Siamo estremi? Sì. Siamo provocatòri? Sì. Tutto questo è voluto. […] Siamo qui per creare slanci»). Successivamente, il parallelo con la musica contemporanea e quell’immaginario hip hop in cui l’esaltazione dei reati è grossomodo all’ordine del giorno.
Ed effettivamente, è difficile ignorare l’ambiguità del problema: da Sfera Ebbasta in giù, quasi tutto il mondo della musica urban in Italia – e nel mondo – si farcisce con orgoglio di riferimenti e paragoni con la malavita, la criminalità organizzata e la mafia. Un leit motiv così costante da essere diventato banale. Sicuramente, i parenti delle vittime di mafia non possono accogliere con gioia i riferimenti ai Corleonesi, eppure la polemica nei confronti dei contenuti di queste canzoni non è mai andata oltre qualche lamentela da ok boomer sulle colonne di un quotidiano conservatore, e di certo non è mai approdata in tribunale.

Invece, la storia dell’estremismo politico in Italia sembra toccare delle corde diverse: hanno avuto difficile, ad esempio, anche i Disciplinatha, che portavano sul palco un punk a forti tinte neofasciste a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90.
Eppure, basta poco per superare il polverone della provocazione dei P38 e provare a vedere oltre: quello del collettivo emiliano è un grido violento, scorretto ed irrispettoso, ma che ha l’obiettivo di porre luce su un problema reale. Il destino sempre più incerto degli ultimi, un sistema capitalista impazzito che aumenta esponenzialmente la forbice tra ricchi e poveri, una classe politica sempre meno in grado di coinvolgere la popolazione ed ascoltarne i bisogni. Tutto questo all’interno di uno scenario politico in cui la sinistra – e non solo quella estrema – non riesce a trovare una rappresentazione credibile e rilevante, attorcigliandosi su sé stessa tra polemiche e scissioni fino a diventare un simulacro di quel che era e dovrebbe essere.

Come in quasi tutti i casi, l’aggressività è espressione di un malessere, che andrebbe capito e curato, invece che represso o ignorato. E invece, non è un caso che i P38 finiscano alla gogna mediatica prima e verosimilmente in tribunale poi, vedendo il loro anonimato violato e costretti a difendersi dall’accusa di aver istigato al terrorismo.
D’altronde, parlando di comprensione del disagio e di repressione del malessere, l’Italia è pur sempre un paese con un sistema carcerario disastrato in cui il reintegro dei criminali nella società è affidato a strutture sovraffollate e in condizioni pietose nelle quali violenza, disagi fisici e psichici e tentativi di suicidio sono quasi all’ordine del giorno.
Le parole del collettivo, però, rendono bene l’idea dietro al progetto: per quanto divisivi, i riferimenti alle BR sono un’ariete destabilizzante per portare sul piano principale del dibattito questioni sociali, politiche e socio-economiche di più ampio respiro: «Non sopportiamo più questo mondo al collasso, questa distopia che voi chiamate normalità dove si sorvola sulla vita dei meno fortunati, questa farsa dove si ignorano i bisogni delle classi oppresse. […] Crediamo di essere gli unici a non esserci stancati, a giudicare dalla foga, dalla furia e dalla commozione con cui il pubblico accoglie i nostri concerti. Insomma, vi consigliamo di non trattarci come una malattia, ma come un sintomo: alla fin fine, noi non siamo che uno sfogo».

Lo scorso 14 giugno i P38 hanno annunciato il proprio scioglimento a causa del peso mediatico e sociale della loro vicenda. La notizia è stata riportata dai principali quotidiani online e cartacei che si erano occupati del caso.
Il giorno successivo, 15 giugno, il collettivo ha svelato il bluff, confermando la lunga lista di problemi ed ostacoli professionali e personali citati nel comunicato di scioglimento ma descrivendo lo stesso come una farsa. Successivamente è arrivato l’annuncio del nuovo singolo Rassegna Stampa, che prende di mira il mondo del giornalismo. Nessuna testata ha rettificato i propri articoli.

A giugno 2022, i P38 contano oltre 15.000 ascoltatori mensili su Spotify. Se Digos e Procura sostengono il vero, l’Italia dovrebbe prepararsi ad una nuova stagione di stragismo di stampo comunista. O forse, soltanto imparare ad ascoltare la voce di un disagio.

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