Il prezzo della fortuna

Netflix ha riportato sul piccolo schermo uno dei personaggi italiani più misteriosi e affascinanti. In grado di sciogliere pance e vendere fortuna; capace, a detta sua, di fare una sola cosa: vendere. La regina delle televendite: Wanna Marchi.

Creata da Alessandro Garramone, Wanna ricostruisce l’ascesa vertiginosa e la rovinosa caduta della più grande imbonitrice del dopoguerra: dalla vita insoddisfacente con un marito fedifrago e violento – e, a sottolineare la connivenza tra vita e televisione, lui si vendicherà tramite I fatti vostri – alla rivincita come truccatrice di cadaveri all’obitorio di Bologna che le offre l’occasione della vita (la mamma di una defunta la ringrazia con un milione e mezzo).

Le quattro puntante della docu-serie sono un capolavoro, ricche di ospiti e dettagli mai scoperti prima. in continuità con il filone true crime che sta spopolando su tutte le piattaforme audiovisive, come SanPa sempre di Netflix, Esterno Notte della Rai o Alfredino di Sky.

«Io sono Wanna Marchi e voi chi siete non vi conosco.»

Wanna racconta un mondo in cui convivono l’emancipazione dal patriarcato e il diritto al matriarcato, l’ignoranza subita e quella sfruttata, il casale in campagna e l’appartamento nel grattacielo, la tecnologia dei database e la magia delle tribù, la promessa del sogno e la minaccia dell’incubo, i miliardi goduti e le privazioni del carcere, stare dentro la televisione per non starci di fronte, il business delle illusioni in un paese disperatamente bisognoso d’attenzioni e il desiderio di non essere come tutte quelle beghine, vivere alla grande per non morire dimenticate.

Il modulo scelto è quello dell’intervista – in uno spazio cupo come d’ordinanza e che somiglia a uno showroom – il racconto procede per evocazioni che si accostano alle ere televisive. Wanna e la figlia erano un cavallo vincente ma difficile da cavalcare. Esplosive e magnetiche, ed estremamente libere di dire e fare ciò che vogliono. Piangere, urlare, guardare dritta l’amata telecamera per puntare il pubblico a casa.

Wanna racchiude in sé testimonianze di ex collaboratori, di centralinisti, di giornalisti e opinionisti e, soprattutto, delle due protagoniste assolute della storia. Una storia di inganni e di truffe; fare leva sulle debolezze e vulnerabilità delle persone. Una storia in cui l’empatia e il pentimento non trovano posto. A più di dieci anni di distanza dalla condanna, madre e figlia sono ancora convinte della loro strategia di vendita, di non aver truffato nessuno.

Ed è forse questo che rende tutto il prodotto affascinante, il non sentirsi per niente pentite per le truffe fatte, il mento alto e il petto gonfio e fiero di ciò che si è stati. « Wanna Marchi e Stefania Mobile sono state vittime di loro stesse». Citazione di Stefano Zurlo, giornalista investigativo intervistato per la serie.

Una storia perfettamente italiana, che cavalca la ferocia, la perfidia, la cupidigia di due donne mai pentite, rapaci e violente, sospese tra la rabbia verso un mondo che ha voltato loro le spalle e il delirio di onnipotenza tipico di chi è caduto dopo essere stato in cima, consapevoli del proprio status e parimenti coscienti dell’operazione della quale sono protagoniste.

Un punto di forza, infatti, sta anche nel tentativo delle due di rendersi complici degli autori, accettando la loro lettura (il rapporto morboso e malato tra madre e figlia), esercitando quel potere d’influenza con cui si sono imposte nel mercato e nella società, rivendicando operati inqualificabili (la morale: chi crede alle panzane è un idiota, quindi se si rovina non deve lamentarsi), servendosi di una teatralità spudorata che le rende icone di un’epoca finita ma anche macchiette perverse di una criminalità subdola. Vorrebbero piegare l’ambiguità a loro favore, ma ascoltare ciò che dicono – e ridere per qualche battuta geniale – non vuol dire mettere in dubbio che siano sedute dalla parte del torto.

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