#NoMeloniDay: studenti in piazza contro il governo del merito

Il 18 novembre tutta l’Italia è stata invasa dalla voce e dalle grida di migliaia di studenti, scesi in piazza per richiedere per l’ennesima volta che il sistema scolastico e universitario sia rinnovato. Una mobilitazione studentesca nazionale era stata prevista proprio in questa data, e dopo l’ascesa del nuovo Governo guidato dal Premier Giorgia Meloni la matrice politica di tale manifestazione si è tramutata in un attacco diretto alla nuova classe politica, sotto il segno dell’hashtag #NoMeloniDay. Sulla scia di questo motto e delle rinnovate istanze riguardanti il mondo dell’istruzione, in numerose città italiane sono stati organizzati cortei e manifestazioni che hanno riempito piazze e strade, da Lecce a Milano.

La mobilitazione nazionale in sé non sarebbe stata nulla di nuovo, se non per il momento storico in cui è avvenuta: è la prima sotto il nuovo governo Meloni. Organizzata da collettivi studenteschi politicamente e ideologicamente agli antipodi rispetto all’attuale classe politica al potere, in particolare Unione degli Universitari (UdU) e Rete degli Studenti Medi, le istanze che sono state sollevate non sono per nulla inedite. La richiesta con la quale sono scesi in piazza, accompagnati da numerosi altri collettivi, è stata quella di essere convocati per poter discutere dei programmi politici, in particolare in vista dell’approvazione della nuova Legge di Bilancio.
Già da settembre i due collettivi avevano reso pubblico il proprio manifesto Da Zero a Cento, Vogl!amo Tutto, in cui viene ripensato l’intero sistema scolastico ed universitario, rivoluzionato sulla base di cento punti suddivisi su cinque aree d’intervento: diritto allo studio e accesso all’istruzione superiore e universitaria, lavoro, ambiente, salute psichica e spazi sicuri.
I singoli punti non sono in realtà molto distanti dalle solite richieste di cui le organizzazioni studentesche di sinistra si sono fatte carico negli ultimi anni. Dal 5% del PIL da investire in istruzione alla riduzione della tassazione universitaria, passando per interventi edilizi di messa in sicurezza degli spazi di formazione, l’abolizione dei PCTO, l’istituzione di sportelli psicologici gratuiti e l’obbligatorietà dell’educazione sessuale e affettiva, quasi nessuno dei punti elencati nel manifesto suonano nuovi alle orecchie di chi frequenta soprattutto gli ambienti politici universitari. Eppure la sensazione continua ad essere quella di essere messə da parte, di non essere mai realmente ascoltatə, per continuare a fare spazio alla solita retorica del merito e del sacrificio che tanto è cara agli ambienti scolastici, in cui si tende incessantemente a portare avanti chi è già in testa nella gara a chi è più bravo, chiudendo gli occhi di fronte a chi esprime il proprio disagio. Emblematico in questo senso è il caso delle proteste studentesche presso La Sapienza, represse direttamente dalle Forze dell’Ordine di fronte alle giustificazioni di tutte le istituzioni.

Sebbene alcunə esponenti delle ali più progressiste del Parlamento, come Ilaria Cucchi, si siano schieratə dalla parte dei collettivi, sottoscrivendone il manifesto, nessuna risposta è arrivata da parte del Governo.
Se da un lato la Ministra dell’Università e della Ricerca Bernini risponde con il silenzio, anche dopo aver ricevuto il Manifesto direttamente da UdU Lecce, dall’altro il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara continua a dimostrare quanto la sua visione dell’istruzione sia quanto di più lontano dalle esigenze attuali di gran parte del mondo studentesco.
L’idea di Valditara sembra essere quella di una scuola che offra una formazione basata sull’umiliazione e il sacrificio, che abbia come unico obiettivo il lavoro, e che anzi diventa un requisito indispensabile per poter avere garantito un reddito di base, sottintendendo che l’inadempimento dell’obbligo scolastico sia sempre una scelta, o forse un capriccio, e sorvolando su quanto spesso dipenda da fattori familiari e sociali ben più complessi.
All’attuale governo sembra mancare completamente un punto di vista sui meccanismi e sulle dinamiche sociali che prendono forma nelle scuole e nelle università, o che si intrecciano con esse. Oltre questo, sembra essere assente il senso di cosa voglia dire formare nuove persone, educarle ed istruirle non al solo fine di creare reddito, ma anche di dare loro strumenti e possibilità per crearsi un proprio modo di guardare al mondo sia fuori che dentro di sé. In altre parole: manca la comprensione del motivo dell’esistenza dell’obbligo scolastico, e di quali siano le possibilità che può offrire una successiva formazione universitaria, a livello di conoscenze, competenze e sviluppo personale.

Proprio di fronte a questo scenario politico desolante, le piazze si sono caricate della necessità di posizionarsi chiaramente in contrasto con questo governo. In questo modo, la mobilitazione studentesca è diventata un atto palesemente politico rivolto contro la classe governativa attuale, incarnata dalla figura del Primo Ministro Meloni.
#NoMeloniDay vuol dire che l’esigenza di scuole e università strutturalmente nuove e diverse non può passare per un governo conservatore che continua a tapparsi le orecchie di fronte a chi parla e a chiudere gli occhi di fronte ad un disagio sempre più diffuso. Forse quando il tasso di studentə suicidi apparirà sui titoli di giornale più del numero di lauree record, sarà il giorno in cui il senso di tali richieste diventerà abbastanza palese da ottenere un intervento istituzionale.

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