La memoria dell’Holodomor e la lotta per la libertà dei giovani ucraini

La sera in cui Viktor Janukovič annunciò che non avrebbe firmato l’accordo di associazione con l’Unione Europea, Stanislav era in un pub di Kyiv con gli amici dell’università. Ricorda, in un tweet, di aver accolto la notizia con rabbia e delusione perché come tanti della sua generazione non aveva alcuna intenzione di vivere in una dittatura post-sovietica troppo simile al regime presente ai tempi dei suoi genitori. Così, nei giorni di Novembre 2013, Stas – che oggi ha lasciato il lavoro per raccontare sui social la storia dei rapporti tra Ucraina e Russia – cominciò a ritrovarsi con decine di migliaia di persone in Piazza dell’Indipendenza (Maidan Nezaleznosti). Ben presto, iniziarono le cariche della Polizia, che Stanislav si ritrovò ad affrontare assieme a suo padre.

Con il passare dei giorni gli scontri diventarono sempre più violenti fino a far contare le prime vittime. La sera del 19 Febbraio 2014, dopo aver preparato le barricate, Stas lasciò la piazza e rientrò a casa per dormire. Scampò così alla mattanza delle forze speciali: nella notte i cecchini uccisero 80 dimostranti. La legittimità del potere di Janukovič fu pesantemente minata e le opposizioni ottenero le sue dimissioni. La Rivoluzione della Dignità così fu chiamata -, sembrò poter dare inizio ad una nuova fase storica per l’Ucraina.

Da lì, invece, partì un percorso lento e difficile, seppur pieno di speranza. L’obiettivo era quello di avvicinare il paese all’Unione Europea; cioè ad un consesso di istituzioni terze che potesse garantire rappresentanza e democrazia, cooperazione e sviluppo, al quale peraltro paesi ex membri del blocco sovietico si erano già uniti. La reazione del Cremlino fu tanto rapida quanto criminale: annessione della Crimea con un referendum farsa e deflagrazione di un conflitto nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Otto anni dopo ed otto mesi fa, Putin ha scatenato una guerra totale con l’obiettivo di sottomettere il paese, strappare via territori, impedire agli ucraini di camminare nella direzione che avevano scelto e quindi annullare le aspirazioni di una nazione con la forza delle armi.

Oggi l’Ucraina è costretta a subire un nuovo tentativo genocida, come testimoniato dalle esecuzioni di massa, dagli stupri e dalle torture commessi dai soldati russi, tutti ampiamenti documentati dalle commissioni dell’ONU. Allo stesso tempo, granate a frammentazione e missili di precisione vengono usati per bombardamenti indiscriminati su civili e infrastrutture vitali. Una storia che si ripete in forma diversa dopo novant’anni dal primo genocidio.

Fu Stalin, infatti, l’artefice dell’Holodomor degli anni ‘30: ben conscio della profondità del sentimento nazionale ed anti-bolscevico nell’Ucraina rurale, perseguì una meticolosa eliminazione delle élite culturali, mentre le politiche di dekulakizzazione generarono una carestia che, tra l’inverno del 1932 e la primavera del 1933, costò la vita ad almeno 4 milioni di persone. La più mortale e criminale di tutte le carestie che in quegli anni flagellarono il bacino meridionale del Volga. Holodomor significa infatti, letteralmente, morire per fame.
Le famiglie contadine, già impoverite dal meteo avverso, poi decimate dagli arresti del NKVD (i servizi di sicurezza), furono infine affamate dai sequestri di cibo operati anche dai giovanissimi del Komsomol. Impossibilitati ad emigrare o anche solo ad entrare nelle città, gli abitanti delle campagne furono portati allo stremo: una situazione drammatica che provocò in media un milione di morti al mese.

Questo fu il prezzo che Stalin impose ad una nazione che, non volendo essere colonizzata, si era opposta al giogo sovietico sulla sua terra naturalmente fertile ed umanamente ricca. Il giurista polacco Raphael Lemkin, che aveva già coniato il termine genocidio per quello armeno, qualificò i crimini staliniani ai danni del popolo ucraino utilizzando la stessa parola, e ampliandone il significato ad eliminazione di un popolo anche attraverso una forzata omogeneità culturale.

Il 15 Dicembre 2022 il Parlamento Europeo ha riconosciuto l’Holodomor come genocidio, oltre ad aver «deplorato i crimini atroci che attualmente la Federazione Russa sta commettendo in Ucraina». Il paese commemora la tragedia ogni anno il quarto sabato di Novembre e prende a simbolo la fiamma di una candela. Per l’occasione, il 26 Novembre scorso, l’associazione Liberi Oltre le Illusioni ha organizzato una marcia a Bologna a cui hanno aderito anche il Comitato Giovani per l’Ucraina ed altre sigle della società civile per ricordare l’Holodomor e manifestare sostegno verso gli ucraini.

Quest’anno l’esercizio della memoria assume un significato attuale ed importante proprio perché ricorda i lutti di una nazione in cerca, da oltre un secolo, della propria dimensione sovrana ed indipendente. Quella nazione ucraina che, continuamente vittima, ha risposto nella notte del 24 Febbraio con forza ed unità. Le generazioni più giovani stanno rivestendo un ruolo chiave nel dimostrare che un’Ucraina libera dall’occupazione nemica, affrancata dalla logica imperialista delle sfere d’influenza, che rigetta le follie anti-storiche putiniane e le dolose ipocrisie di casa nostra, è possibile. I trentenni che erano a Maidan oggi resistono a Bakhmut nel fango, accanto ai ventenni arruolati come volontari. Come tutti gli altri ucraini stanno difendendo, a costo della vita, gli ideali di giustizia e libertà. Proprio quelli su cui si fonda l’Unione Europea.

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